Rete degli Studenti Medi, Francesco Devoti. Genova

POV: sei un liceale e il sistema ti sta stretto

Parlare coi giovani è mettere in discussione ogni cosa: un bell’esercizio per interrogarsi ancora su concetti e parole, una nuova ricerca di senso.

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Da domani 27 luglio fino all’8 agosto si terrà il “Revolution Camp” della Rete degli Studenti Medi a Riva dei Tarquini in provincia di Viterbo, appuntamento programmatico annuale del sindacato studentesco per ritrovarsi e riflettere assieme sulle tematiche più urgenti.

Abbiamo intervistato Francesco Devoti, coordinatore metropolitano della Rete Studenti Medi  [da ora RSM, ndr], nonché  attuale rappresentante d’istituto del Liceo Scientifico Cassini.

Siamo stati mossi dall’interesse di ascoltare un diciannovenne, appena diplomatosi, che rappresentasse la rete di uno dei sindacati studenteschi più consistente in città (RSM, quaranta iscritti tra i licei e gli istituti genovesi, quasi diecimila in Italia), con la curiosità di conoscere il punto di vista dei diretti interessati in merito ai recenti malcontenti a proposito dell’alternanza scuola-lavoro.

Eppure, la conversazione con Francesco ha preso una piega tale che, oltre alla specificità dell’argomento, siamo finiti a interrogarci sui bias della politica attuale, sull’importanza – troppo sottovalutata – della libertà e del pensiero critico, sul linguaggio e sulla partecipazione.

I discorsi che abbiamo fatto con Francesco ci hanno fatto sentire la distanza, che non credevamo già così tanta, tra la sua capacità di esprimere le sue posizioni in maniera schietta e netta dalla famigerata “complessità” del mondo in cui noi, di qualche anno più adulti, siamo già frastornati.

Ci siamo chiesti quali siano i fattori che ci hanno fatto perdere di vista la fiducia nell’esprimerci in modo lineare e diretto, prima che la contemporaneità ci assalisse generazionalmente con un’infinità paralizzante di obiezioni, reticenze, inibizioni ad affermare le nostre idee in modo semplice. 

Ascoltare la sua voce, che di certo non è un ragazzo ingenuo né poco competente sui temi che affronta, significa rendersi conto di quanto la sua sia una voce preziosa, indispensabile, con la quale è necessario dialogare, dalla quale è necessario attingere per recuperare un pensiero forte che faccia, davvero, da stella polare nelle nostre traversate mai finite nel mare dell’impegno sociale e delle istanze politiche, quali che siano.

Dopo la maturità, Francesco forse conseguirà una o più lauree, e forse si perderà nella giungla della complessità: noi, oggi, abbiamo l’opportunità di ascoltarlo con serietà e ritrovare nella sua linearità un punto fermo che ci ricordi, anche, da dove eravamo partiti.

Francesco dei suoi ideali fa bandiera, ed è fiero nell’affermare che le scuole, tutte, senza distinzione, dovrebbero formare cittadini con senso critico, cittadini che abbiano acquisito gli strumenti per fare della cultura un mezzo di emancipazione e consapevolezza del proprio ruolo sociale, e non cittadini che utilizzino le qualifiche e i titoli che hanno conseguito alla stregua di mercanzia da esibire, prostrandosi come merce di scambio per il sistema del lavoro.

Francesco e i suoi compagni e compagne cercano di resistere al classismo insito nella nostra cultura e nella struttura scolastica, e sognano una società in cui la prerogativa per accedere alla classe dirigente non sia il titolo di studio, ma la competenza, “l’essere in grado di”: c’è una grande differenza.

E così abbiamo snocciolato almeno alcuni dei temi che ci sembravano prioritari da affrontare con Francesco in quanto coordinatore di RSM Genova

Edoardo & Arianna: Tanto per cominciare il senso della lotta intersezionale, ovvero perché le studentesse e gli studenti scendono in piazza a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori.

Francesco Devoti: Io credo che l’unione tra studenti e lavoratori sia fondamentale. È necessaria la collaborazione sui temi anche non comuni: i lavoratori quando partecipano agli scioperi per il clima e noi quando partecipiamo agli scioperi per i diritti dei lavoratori, primi tra tutti qui a Genova gli scioperi dei lavoratori dell’ILVA, cui sempre abbiamo partecipato.

L’unione nella lotta e nella partecipazione alla vita democratica del Paese ha senso e ragione in qualità di senso e sostegno politico forte alle battaglie che portiamo avanti.

Va detto chiaro: al di là della questione prettamente numerica, che lavoratori e studenti scendano in piazza insieme dandosi manifestamente supporto gli uni gli altri, senza avere sempre solo il proprio particulare da proteggere, valorizza e fonda ancora di più le battaglie che intraprendiamo

A un operaio della Fiom potrebbe anche non interessare come è strutturato l’orale della maturità al liceo, eppure lottare insieme dà un senso di visione del Paese unitaria, così come noi studenti siamo interessati ai, e lottiamo per i, diritti dei lavoratori, perché resta sempre un torto subito ingiustamente o un diritto sacrosanto da affermare sempre.”

Domanda banale ma necessaria: da quando esistete come RSM?

F.D.: Le prime attività, quando ci siamo trovati come cerchia ristretta di persone che avevano l’intenzione di costituire anche a Genova un’entità di RSM, le abbiamo svolte a maggio-giugno dell’anno scorso, poi siamo nati e ci siamo costituiti davvero secondo le norme statutarie a settembre 2021, con la prima nostra manifestazione a novembre 2021. E io mi auguro  che, anche forti delle ottime attività di questo primo anno, il gruppo continui a crescere, e ci sono basi affinché ciò accada.

Alla RSM aderiscono studenti provenienti sia da licei sia dagli altri istituti?

F.D.: Purtroppo stenta a nascere la presenza e la partecipazione della RSM negli istituti tecnici e professionali, mentre alta è la partecipazione nei licei. È un fatto che ritengo un ostacolo: ci sarebbe forse proprio negli istituti tecnici e professionali un maggior bisogno di attività e manifestazione: in quelle scuole le regole sono più stringenti e negative perché foriere di minori tutele per studentesse e studenti, mi riferisco in particolare al sistema di alternanza scuola-lavoro e stage.

Questo inverno e l’anno scorso abbiamo avuto studenti feriti e perfino morti nello svolgimento di alternanza scuola-lavoro provenienti proprio da istituti tecnici e professionali.

La RSM offre anche assistenza legale in caso di eventuali vertenze.

Il sistema scuola è un po’ classista: nei licei c’è molta più partecipazione che negli istituti tecnici e professionali, e ciò forse anche perché il tipo di formazione che si offre a studentesse e studenti degli istituti tecnici e professionali non trasmette loro la possibilità di divenire domani parte della classe dirigente, una sorta di rassegnazione al fallimento dell’ascensore sociale.

Ecco così che la visione classista della società si realizza sia nel mondo della scuola sia nel mondo del lavoro, in un sol colpo. E ciò si lega bene con quando dicevamo prima riguardo alla necessità dell’unità nella lotta.

Nella stessa ottica, un docente dell’istituto tecnico e professionale che abbia in sé questa convinzione avrà un approccio meramente utilitarista del proprio lavoro e della proposta formativa da offrire a studentesse e studenti. Non impiegherà il proprio poco tempo di lavoro per offrire una visione del mondo complessiva.

Ecco che si pone il dilemma centrale della scuola: formare persone che siano domani solo lavoratrici e lavoratori, o anche buone cittadine e buoni cittadini che vivono nella società con consapevolezza?! 

Chiaramente noi riteniamo che la scuola debba certamente dare gli strumenti per costruirsi una solida base di conoscenze e competenze da spendere fuori dalla scuola nel mondo del lavoro, lavoro che dia sostentamento, ma riteniamo che la scuola debba anche rendere studentesse e studenti delle cittadine e dei cittadini consapevoli di se stesse e se stessi, della società dove vivono.

Altrimenti la scuola è un mero diplomificio, diventa uno strumento alienante del capitalismo, disperdendo il valore della persona. Questo procedimento negativo a mio avviso si realizza molto di più negli istituti tecnici e professionali che nei licei.

Rete degli Studenti Medi, Francesco Devoti. Genova
 La Rete degli Studenti Medi di Genova ad una manifestazione per la Maturità. Fonte pagina Facebook

Cosa va bene e cosa non va bene nella scuola?

F.D.: Cosa non va bene nella scuola? Tutto. Cosa va bene? Niente.

Il sistema scolastico è lo stesso dalla riforma Gentile: forse andrebbe un momento rivista, dovremmo ripartire dalla riforma dei cicli (primaria; secondaria di primo grado; secondaria di secondo grado). Il sistema dei cicli vincola la persona a una scelta molto indirizzante a 13 anni. La formazione generale potrebbe essere portata fino a un’età un poco superiore, con una specializzazione che inizi più tardi.

Nella società degli anni ‘50 anni fa era normale pensare e progettare la propria vita nel senso in cui se mio padre ha fatto l’operaio allora anche io farò l’operaio: un binario così impostato avrebbe portato a scegliere inevitabilmente il professionale a 13 anni.

La scuola, invece, in tutti questi anni ha dato la prova di essere vero strumento a vantaggio dell’ascensione sociale, tale per cui i figli di operai sono diventati medici, avvocati, ingegneri, e così via.

Però questo sistema, che criticate fortemente, ce l’ha fatta, ha saputo portare sì anche a concretizzazione il fenomeno della ascesa sociale realizzando l’ascensore sociale, quantomeno in parte del Paese: perché lo cambiereste?

F.D.: L’impianto di base lo ha consentito, poi ci sono state riforme negative, e inoltre ora davvero il mondo intorno a noi è cambiato, come società e come lavoro. Oggi forse si va a scuola solo perché poi si trova un lavoro, mentre prima scuola voleva dire anche e innanzitutto il luogo dell’apprendimento, dove ricevere e apprendere cultura, una visione più nobile potremmo dire.

Non solo merce di scambio tale per cui “vado a scuola – apprendo nozioni – ora imprese/aziende/mondo del lavoro assumetemi”, ma anche una visione della scuola che intendeva la cultura come strumento di libertà per la persona.

E in più oggi, periodo storico in cui c’è difficoltà a trovare a offrire lavoro, si è creata questa inespressa ma ben chiara convinzione per cui si deve andare a scuola, e poi se mai all’università, si deve eccellere, non tanto per darsi una formazione, ma perché se si eccelle allora poi il giorno dopo che si conclude il percorso si trova un lavoro. 

Io ho una visione della scuola per cui vado a scuola perché mi renderà libero: “fac sapias, et liber eris”, cioè “fatti sapiente, e sarai libero”.

Inoltre, se poi oggi attraverso l’alternanza scuola-lavoro (i cosiddetti PCTO, Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) studentesse e studenti vivono in prima persona già durante il proprio percorso scolastico il mondo del lavoro e delle aziende, a loro devono essere fornite conoscenze e strumenti di consapevolezza sul mondo del lavoro, innanzitutto nel campo dei diritti del lavoratore, nell’ambito della sicurezza del lavoro e delle ingiustizie. 

Si tratta, da decenni, di uscire da una visione meramente capitalista del mondo del lavoro, ossia dalla logica per cui il profitto e il denaro vengono prima della libertà e della vita delle persone. E su questo la scuola ha eccome le proprie responsabilità. E le politiche pubbliche hanno svalorizzato la scuola: tagliare i fondi alla scuola vuol dire tagliare il futuro delle studentesse e degli studenti.

“Le parole sono importanti” diceva Nanni Moretti.

Cambiamo la denominazione del dicastero che si occupa della scuola: chiamiamolo da domani Ministero “dell’Educazione” invece che “dell’Istruzione”, dall’etimo e-duco, cioè “tirare fuori”, invece che dall’etimo in-struo, cioè “accumulare dentro”, “riempire”.

La ex-ministra Azzolina, che spesso non giudico positivamente, lo diceva bene così: “gli studenti non sono imbuti da riempire forzosamente, ma degli alberi da far fiorire”. Su questa lettura sono pienamente d’accordo con lei.

E da questa diversa visione ne conseguirebbe un nuovo modo di pensare, vedere e approcciarsi anche, per dire, ai compiti a casa, alla preparazione per le verifiche e gli esami: un diverso approccio all’intero mondo della formazione.

Proviamo però a dare anche concretezza a questi concetti: cosa sarebbe da introdurre a scuola per renderla più in linea con le esigenze e le necessità delle generazioni di oggi?

F.D.: La prima materia che dovrebbe essere introdotta è educazione civica, o “cittadinanza e costituzione”: dico dovrebbe essere introdotta perché l’attuale proposta non è soddisfacente.

Questa materia sarebbe il primo strumento per formare la consapevolezza personale nelle studentesse e negli studenti, anche al fine di rendersi attrici e attori della società in cui vivono e nella possibilità di cambiarla, ovviamente in meglio. Inoltre un percorso, anche all’interno di educazione civica se mai, di formazione alla sicurezza, anche ma non solo nell’ambito del mondo del lavoro.

Ancora, la rimozione della geografia è stata un grave errore, ed oggi è limitata a un trasferimento nozionistico poco o nulla approfondito, pur vivendo in un mondo in continuo cambiamento, dove conoscenze anche geopolitiche ci renderebbero più consapevoli di ciò che accade. 

Inoltre trovo la mancanza di una materia a scuola: l’educazione musicale. Perché la musica è anche elemento importante e con grande potenziale per lo sviluppo della persona, e non è oggi sostenuto dalla formazione scolastica, che lo fa abbandonare in terza media.

La cito per ultima, ma non certo per importanza: educazione alla sessualità e all’affettività, oggi rimasta come tematica residuale ed eventuale, e con un approccio svalorizzante tale per cui si arriva, se si è fortunati, a esprimere di fatto solo il concetto “ragazzi, se fate sesso usate il preservativo”.

Noi giovani abbiamo imparato sulla sessualità molto di più guardando la serie tv Sex Education che parlandone a scuola.

E. & A.: Lasciaci essere provocatori quanto basta. Ci hai riferito che circa diecimila sono le tessere della Rete degli Studenti Medi a livello nazionale, che a Genova conta circa 40 persone iscritte.

Un po’ poche, non trovi? Come si lega ciò alla reale rappresentanza delle studentesse e degli studenti?

F.D.: I numeri non alti degli aderenti alla RSM rientra nel clima diffuso di sfiducia verso innanzitutto i partiti, ma poi anche e purtroppo nei confronti di tutti i corpi intermedi, nello specifico i sindacati, ma in realtà tutti gli organi di rappresentanza, in ogni forma e contesto.

Va anche registrato che c’è davvero poca o nessuna voglia di mettersi in gioco. Se una volta era normale la partecipazione, anche in prima persona, attraverso l’adesione a sindacati, partiti e associazioni, dando un senso e un nome al proprio impegno sociale, adesso invece questo impegno è mal visto. Io per primo sono visto “come un vecchio”, come uno che “fa le cose da vecchi”, perché la politica e la rappresentanza sono incarnate soprattutto da vecchi.

Ma se solo le persone giovani tornassero ad appropriarsi anche di questi spazi e di questi ruoli anche la percezione cambierebbe, e la politica tornerebbe ad occuparsi delle istanze, delle preoccupazioni e delle opportunità dei e per i giovani.

La politica è ora percepita e vista dai giovani come una cosa lontana e perciò non se ne interessano, e così quindi anche nelle forme della partecipazione a un sindacato, un movimento studentesco. Ed inoltre vi è anche il timore del giudizio nel mondo del lavoro domani sul proprio impegno di parte quando si è giovani, come a dire che il proprio impegno oggi sarà giudicato nel momento dell’assunzione, o meno appunto, in un posto di lavoro.

E. & A.: Guardando lo scenario d’insieme, sia la Rete degli Studenti Medi, come esempio di organizzazione studentesca, sia i sindacati e i partiti, indeboliti sempre più dai fenomeni di astensionismo alle stelle delle recenti tornate elettorali, non riescono a dimostrarsi attrattivi, non sono capaci di raccogliere attorno a sé un gran numero di voci.

È quindi lecito chiedersi se siano davvero rappresentativi?

F.D.: Seguendo questo ragionamento, che registra dati fattuali e veri, mi verrebbe da dire che in realtà, dicendola semplice, non c’è nessuna realtà che davvero rappresenta le persone. Per un verso credo sia almeno in parte la tragica realtà. Ma sono anche speranzoso e fiducioso: quando parlo delle migliaia di studentesse e studenti iscritti mi riferisco chiaramente alle sole persone tesserate.

Però sui temi portanti delle nostre battaglie, sui cavalli di battaglia, sulle questioni per cui chiamiamo le ed i giovani, e non solo, a radunarsi, scendere in piazza e manifestare, la partecipazione si allarga ben al di là dei numeri circoscritti delle tessere, registrando la partecipazione di migliaia di studenti in ogni piazza di ogni città in Italia.

Sono iscritte a Genova circa 40 persone alla Rete degli Studenti Medi, in piazza ce ne erano 1600, quaranta volte tanto. Nessuno pensa di poter iscrivere così tante persone, ma certo si può migliorare con le adesioni singole.

Però, appunto, oggi la partecipazione non si vede tanto dal numero delle tessere – tessera peraltro che richiede un pagamento, un rilascio e condivisione di dati personali, quindi implica alcuni passaggi ulteriori –, ma appunto nella risposta che le studentesse e gli studenti mostrano personalmente in piazza.

A novembre scorso, nati da poco e ancora solo in 15 iscritti, abbiamo raccolto alla prima iniziativa in piazza 500 persone, quindi trentatre volte tante persone. L’azione di sensibilizzazione e passaparola, che certo nasce e parte dalle persone iscritte, chiama poi alla partecipazione tantissime persone in più: sono queste le persone da contare, per così dire, per capire se l’associazione che ha promosso una data manifestazione sa essere realmente rappresentativa.

E questo discorso probabilmente oggi può ben valere anche per i sindacati, i partiti, ogni genere e sorta di associazione.

Rete degli Studenti Medi, Francesco Devoti. Genova
Francesco Devoti dal palco del 30 giugno 2022 per la celebrazione della ricorrenza del 30 giugno 1960. Foto di Francesco Devoti

E. & A.: Dovremmo quindi renderci conto che oggi le formule e le modalità della partecipazione delle persone sono mutate rispetto a come le intendevamo fino agli anni ’90, con un generale disaffezionamento ad iscriversi ed impegnarsi “fedelmente” ad una realtà, quale che sia, pur nutrendo la disponibilità a mobilitarsi in occasione di manifestazione di piazza a favore o per la tutela di diritti che si vedono lesi. Ed è questo il momento, il luogo e la modalità ove misurare la partecipazione.
Un arretramento dell’iniziativa del singolo, pur restando la disponibilità a rispondere coralmente a manifestazioni pubbliche di piazza, più sporadiche rispetto ad un impegno che richiede costanza e cadenza nel tempo.

F.D.: Vorrei a tal proposito ancora aggiungere che a mio avviso bisogna cercare di cambiare, non tanto i valori e i principi che ci guidano, ma certamente la modalità con cui noi, sindacati, partiti, movimenti, associazioni di ogni tipo, ci comunichiamo all’esterno, con cui parliamo con le persone che ci proponiamo di rappresentare.

Troppo spesso si usano ancora parole e formule del passato, appunto come “sindacato studentesco”, che per chi potrebbe potenzialmente interessarsi rimane una formula vuota, quando non addirittura respingente. Bisogna tornare ad esplicitare i temi per cui ci battiamo, alla luce delle questioni, delle emergenze e delle priorità di oggi.

Dobbiamo certamente saper capire la complessità: skill ambiziosa e necessaria.

Ma dobbiamo anche avere la capacità di capire la semplicità, cioè la capacità di tradurre con parole e concetti semplici, ma certo non semplicistici, le nostre idee e le nostre proposte.

“Il problema della sinistra è la incapibilità”, citando Checco Zalone.

Avere la capacità anche di parlare giovane. Anche su temi più attuali che la retorica continua a ammantare di linguaggio e termini antichi. Per esempio la capacità di parlare di antifascismo con termini nuovi e attuali, intelligibili da chi oggi ha 15-20 anni.

E dopotutto è un po’ ciò che già abbiamo provato a dire – se non a urlare ai quattro venti – in un recente pezzo in cui abbiamo detto “basta dire ‘sinistra’: ma che vuol dire oggi?”

In conclusione

E. & A.: Eppure alcuni temi sanno essere giovani pur non essendolo minimamente. L’ambientalismo nasce e si radica negli anni ’70, peraltro proprio a Genova i reati ambientali trovano il loro primo riconoscimento grazie ai pretori d’assalto, fenomeno giudiziario e politico d’avanguardia in allora. Proprio a Genova!

Oggi l’ambientalismo, la battaglia per sensibilizzare ai e contrastare i cambiamenti climatici è una battaglia che sa tantissimo di giovane e che parla ai giovani ed infatti è vissuta soprattutto e prima di tutto dai giovani. L’ambientalismo ha saputo quindi rinnovarsi, cambiare parole e lessico pur nella permanenza di chiavi di interpretazione e linee di indirizzo.

Resteremo con questo spunto di riflessione appeso così.

Avremmo potuto continuare a dibattere a lungo con Francesco Devoti, ma gli impegni impellenti di ciascuna e ciascuno ci hanno fatto dire a questo punto “arrivederci”. Non sappiamo se è un arrivederci con Francesco o con il prossimo coordinatore della RSM di Genova allorquando scadrà il suo mandato (a breve visto che si è appena diplomato), ma confidiamo sia davvero un grazie e arrivederci.

Immagine di copertina:
Francesco Devoti, Coordinatore metropolitano della Rete Studenti Medi di Genova. Foto di Francesco Devoti


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Artista classe 1996, co-fondatrice di MIXTA, si interessa di più o meno tutto. Pratica Kung Fu e medita una volta al giorno. Vive, studia e dipinge a Genova, città dove è nata e per la quale ha deciso di investire le sue energie. Vuole cambiare il mondo e dà ripetizioni di latino e greco.

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