Eugenio Montale

“Nel nostro tempo”, un Montale moderno e profetico cinquant’anni dopo

Oggi ricorre l’anniversario della nascita del grande poeta genovese. Lo vogliamo ricordare con uno dei suoi testi meno conosciuti.

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Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896, assurgendo agli onori della letteratura novecentesca già nel 1925 con la pubblicazione di una raccolta di poesie, “Ossi di seppia”, in cui definisce i termini della propria poetica del “male di vivere”, espressione di un secolo complesso come il Novecento, di cui il poeta descrive le inquietudini come pochi altri nel panorama italiano.

L’acuta capacità di saper comprendere il proprio tempo gli varrà, come noto, il Premio Nobel per la Letteratura, conseguito nel 1975. L’Accademia così motivava il premio:

per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”.

Ed è proprio l’osservazione lucida del futuro della condizione umana, rapportata poi al destino dell’arte e al rapporto con la tecnologia, il tema affrontato dal poeta in un’opera di prosa meno nota, pubblicata da Rizzoli Editore nel 1972 ed intitolata “Nel nostro tempo”, definito “un collage di molte mie confessioni e annotazioni […], pagine che spesso risalgono a quaranta, cinquant’anni addietro, fatta eccezione per qualche frammento più recente”. 

Ne emerge una diagnosi asciutta e finanche cruda di un mondo che agli occhi di Montale si presenta come composto da “individui [ndr:che] chiedono di rappresentarsi, di esistere, di esplodere individualmente” in un “immenso tutti-nessuno che stiamo avviandoci a formare”.

Comunicazione apparente

La riflessione sull’individualismo si presta ad essere attualizzata, soprattutto se posta in relazione al mondo dei social network, dove appare predominante il desiderio di essere presenti nel “momento che conta” (la FOMO, fear of missing out, rappresenta infatti una nuova forma di ansia sociale, correlata all’uso eccessivo dei social media e caratterizzata dalla necessità di restare continuamente connessi per non perdersi nessun avvenimento percepito come socialmente rilevante). 

Questa esigenza di comunicazione già allora Montale la giudicava “apparente”, affermando che “tutto fa pensare che l’uomo d’oggi sia più che mai un estraneo vivente tra estranei, e che la comunicazione della vita odierna – una comunicazione che non ha precedenti – avvenga non tra uomini veri ma tra i loro duplicati”. 

Viene dunque spontaneo domandarsi quale opinione avrebbe avuto il poeta sui social network (che peraltro stanno raggiungendo proprio recentemente la massima espressione del concetto di “duplicato” mediante l’invenzione del metaverso).

Volendo “calare” il suo pensiero nei tempi odierni, forse si chiederebbe quanto sia onesta e veritiera la rappresentazione dell’io se filtrata attraverso lo sguardo dei social. 

Montale dedica poi un’ampia parte dell’opera ad interrogarsi sul destino dell’arte nel futuro, legandola in un certo senso al destino dell’uomo e al progresso tecnologico e profetizzando che “domani la produzione degli artisti sarà […] sempre più imbrigliata da mode, tendenze, influssi di critici e di cenacoli, necessità di collocamento della merce prodotta”, tanto che “l’idea di un’opera che possa resistere al tempo si fa di giorno in giorno più anacronistica: l’opera deve bruciarsi nel momento in cui è richiesta e goduta dal cosiddetto suo utente”. 

Il pensiero in questo frangente va al flusso continuo e ininterrotto di storie su Instagram, che frotte di artisti – o sedicenti tali – pubblicano quotidianamente nel tentativo di convincere la propria platea di followers ad acquistare il prodotto delle loro fatiche, che spesso non sono neanche il vero articolo in vendita, ma il mero contorno di una ben più sottile e studiata campagna pubblicitaria a favore di questa o quella azienda. 

La disgregazione del rapporto tra l’uomo e l’arte da un lato, e l’inesorabile avanzata della tecnologia dall’altro rendono tutto più veloce, meno ragionato, meno pensato, portando quindi – nell’opinione del poeta – a un inevitabile appiattimento dell’uomo a mero numero facente parte di una massa informe, e in ultimo ad un senso di solitudine, che l’uomo cerca di vincere evitando la noia con la stessa forza con cui sfuggirebbe alla morte. 

Si riempie il vuoto con l’inutile” sostiene Montale, perché “l’uomo non ha più molto interesse per l’umanità. L’uomo si annoia spaventosamente”. 

L’uomo del futuro

Il ritratto dell’uomo del futuro di Montale appare molto simile al volto di quello odierno, ma è inquadrato dalla sua angolatura più cupa e distopica: iper-comunicativo ma fondamentalmente solo, incapace di concepire la noia anche nella sua accezione positiva, sostenitore di un’idea solo se a lui conveniente secondo una logica di profitto personale, distante dall’arte.

Il poeta non fa sconti all’uomo del suo presente né tantomeno all’uomo che verrà, e non sembra intravedere possibilità di salvezza, rimanendo in linea – anche negli ultimi anni di vita – con la concezione quasi leopardiana dell’esistenza che ha caratterizzato la sua poetica. 

Il poeta sostiene che “ci sfugge il senso, la direzione del mutamento”, ma sembra al contempo limitarsi a prendere atto con sguardo disincantato dello status quo: quello che forse davvero manca nel pamphlet di Montale è un atto di ribellione a questo nuovo modo di intendere il mondo, che pure non è così tetro come lui lo rappresenta.

Certo è che, anche a distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione del libro, l’autore riesce a aprire molteplici interrogativi, e primo fra tutti: quanta parte di sé l’uomo ha immolato sull’altare della tecnologia e quanto di buono ne ha effettivamente ricavato?

Immagine di copertina:
Eugenio Montale a Milano nel 1975. Fonte Rai Cultura


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Classe 1991, appassionata di film e libri, avvocato da 4 anni, studi classici. Perfezionista suo malgrado e con un bradipo come spirito guida.

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