Olimpiadi Monaco 1972

LABIBA | Monaco 1972 cinquant’anni dopo: cronaca di una strage annunciata

La storia di Monaco ‘72 è lo specchio del conflitto israelo-palestinese. In questa storia ci sono tutti gli elementi che lo contraddistinguono: sangue, innocenti e spregiudicatezza. Tale episodio evidenza come in questo conflitto a morire e soffrire siano solo innocenti, a prescindere dalla bandiera e nonostante la fazione.

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Sono le 4:10 del 5 settembre 1972. Siamo a Monaco di Baviera, nel pieno svolgimento della ventesima edizione dei Giochi Olimpici. La Germania era tornata ad ospitare le Olimpiadi dopo quelle di Berlino 1936 fortemente volute da Adolf Hitler, con l’esigenza di riscattare un’immagine nazionale ancora associata al rigore militare teutonico e all’antisemitismo di un tempo.

La nascita dell’Olp

Questa storia è macchiata con il sangue di undici atleti israeliani, uccisi da un commando di otto persone appartenenti all’Olp – l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Per comprenderne il motivo occorre fare un passo indietro e portare le lancette dell’orologio all’anno 1967. A seguito della sconfitta nella guerra del giugno ’67 il popolo della Palestina decise di non affidarsi più agli eserciti arabi per la propria difesa: era giunto il momento di farlo autonomamente.

Con l’appoggio dell’Olp la Palestina cominciò una guerra contro Israele; una guerra che imperversa ancora oggi.

Le menti dietro all’operazione di “Settembre nero” sono: Yasser Arafat, presidente dell’Olp; il suo vice Salah Khalaf, responsabile delle operazioni e Mahmoud Abbas, responsabile finanziario. Il loro scopo era quello di:

“mettere in atto un ‘operazione significativa, che avrebbe lasciato il segno sul palcoscenico mondiale”.

Nella sua autobiografia Abu Daoud, luogotenente a cui fu affidata l’operazione, racconta come nacque il piano: “Mentre ero seduto a un caffè di Roma, lessi su un giornale delle prossime Olimpiadi di Monaco e la notizia mi diede l’idea di progettare l’operazione”.

L’alba più lunga su Monaco

In quel 1972 il Comitato organizzativo olimpico dispose la sorveglianza affinché non girasse armata e non perquisisse nessuno all’entrata del villaggio. L’idea della Germania totalitaria doveva essere cancellata dall’immaginario collettivo; lo stesso errore non poteva essere commesso due volte. Ma così facendo finirono per commetterne uno ancora più grande.

All’alba del 5 settembre un commando di otto persone entrò nel villaggio scavalcando la recinzione; l’obiettivo era la palazzina israeliana situata in Connollystrasse.

Uccisero sul colpo due atleti che fecero resistenza, Moshe Weinberg e Yossef Romano, presero in ostaggio gli altri nove. Alle 4:47 una donna delle pulizie diede l’allarme dopo aver sentito degli spari. Gettarono in strada il corpo di uno dei due atleti uccisi, Moshe Weinberg, in segno di avvertimento.

Nel giro di pochi minuti tutto il villaggio era a conoscenza della situazione.

Alle 5:08 i terroristi calarono dal balcone un foglio in cui vi erano annotate le loro richieste: la liberazione di 234 detenuti nelle carceri israeliane e di due tedeschi, terroristi e fondatori della Rote Armée Fraktion, Andreas Baader e Ulrike Meinhof. Fissarono il termine alle 9:00, scaduto il quale sarebbe stato ucciso un atleta ogni ora. In aggiunta, il commando chiese un aereo per trasferirsi in un paese arabo, ma il primo ministro tedesco Golda Meir non acconsentì.

A negoziare con i terroristi furono incaricati il ministro degli interni Hans Genscher e il comandante della polizia della Baviera, Manfred Schreiber. Il problema era che questi uomini non erano qualificati per gestire una situazione mai vista prima d’ora, né tantomeno possedevano i requisiti per comprendere il conflitto israelo-palestinese.

Le autorità tedesche attuarono così un piano per liberare i prigionieri: acconsentirono a trasportare in elicottero i terroristi e gli ostaggi dal villaggio alla vicina Furstenbrock, una base aerea della Nato, dove avrebbero preso un volo Lufthansa con destinazione Il Cairo. I terroristi, capendo il raggiro, passarono al contrattacco e aprirono il fuoco sui nove ostaggi uccidendoli, poi lanciarono granate contro la polizia per darsi alla fuga.

Nello scontro a fuoco persero la vita cinque uomini del commando, assieme a diversi poliziotti, i restanti tre vennero catturati.

Lo spettacolo deve continuare

La cerimonia funebre si tenne allo Stadio olimpico. Una volta terminata, il presidente del Cio, Avery Brundage – tacciato di anitsemitismo, nel 1936 si schierò contro il boicottaggio delle Olimpiadi – annunciò che lo spettacolo doveva continuare. 

Cosa resta quindi, a cinquant’anni esatti dalla strage, di questa storia? 

Sicuramente il dolore della famiglie delle vittime. Dolore che nel corso degli anni è diventato sconforto, e dopo decenni è diventato rancore. Una verità insabbiata, mai venuta a galla, tenuta nascosta. Esistono dei documenti secretati riguardo alla strage di Monaco: le famiglie ne hanno ripetutamente chiesto la pubblicazione, ma senza successo. Fino ad oggi.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha accettato di aprire gli archivi davanti ad una commissione congiunta di storici tedeschi e israeliani affinché la verità venga a galla. Oltre a questo, in occasione del cinquantesimo anniversario della strage, il governo ha stanziato un risarcimento di 28 milioni di euro per le famiglie delle vittime.

Risarcimento che per Ankie Spitzer, vedova del maestro di scherma Andre Spitzer, sono “uno scherzo, un insulto”. “Ci rendiamo conto – prosegue Ankie – che dopo tutti questi anni la rigida burocrazia tedesca sta ancora facendo con noi un gioco cinico”.

Mezzo secolo dopo, l’orologio segna ancora le 4:10.

Articolo di
Matteo  Beltrami

Immagine di copertina:
Foto di Shinnosuke Ando


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