LinkedIn. Io sono il mio lavoro, io sono i miei valori

Io sono il mio lavoro, io sono i miei valori

Cosa succede quando non c’è separazione fisica tra il privato e la sfera professionale?

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Durante l’ultimo anno di dottorato mi sono ritrovata a passare mesi immersa in una delle attività più ingrate della vita adulta, ovvero la ricerca di un lavoro. Completamente acerba e ignorante di tutto ciò che accade al di fuori di un ambiente strettamente accademico, ho dovuto imparare da zero tutto sui rituali e le norme che dominano quello che gli accademici chiamano “industria”, o in termini più appropriati “mondo reale”.

E così cominciai a fare i compiti: come scrivere una lettera di presentazione, come scrivere un curriculum, come scrivere una mail al/alla recruiter, come comportarsi durante il primo colloquio, cinque cose da dire, cinque cose da non dire, cinque atteggiamenti da evitare assolutamente e così via.

In questo marasma di informazioni più o meno utili mi ritrovai a faccia a faccia con uno dei miei peggiori incubi: il mio profilo LinkedIn, ovvero uno spazio virtuale vuoto e inutilizzato, uno spreco di emissioni ed energia che è rimasto dormiente in qualche angolo dell’universo da quando, durante il mio primo anno di dottorato, mi ero spinta ad attivare un account per pura noia.

Sapevate che un candidato per un lavoro negli Stati Uniti ha più probabilità di successo se privo di profilo LinkedIn piuttosto che se dotato di un profilo LinkedIn inattivo?

Anche se non è mia intenzione seminare il panico, questo è ciò che ho provato quando ho cominciato a raccogliere informazioni su questo social network, che oggigiorno a detta di molti è uno strumento importantissimo per trovarsi da vivere (5 Articles To Help PhDs Create The Perfect LinkedIn Profile).

Ebbene, determinata come non mai ho richiesto la nuova password per quell’account a cui naturalmente non potevo più accedere e aprii le danze.

LinkedIn

Per settimane studiai attentamente ciò che viene scritto su LinkedIn, con lo spirito di Piero Angela che studia i ghepardi sonnolenti nella Savana io osservai i post dei recruiter, dei CEO, delle pagine ufficiali di varie aziende o anche semplicemente di lavoratori e persone in cerca di lavoro.

Ciò che mi è subito saltato all’occhio è stato il fatto più che lampante che, sebbene ci fossero profili che trattassero puramente di carriera e affari nei settori più disparati, c’era una altrettanto varia e numerosa popolazione di utenti che utilizzava LinkedIn per molto di più.

Una significativa parte di post che ho letto trattava di argomenti molto più personali, talvolta veri e propri diari dalle note intime, oppure sfociavano nella politica, provocando ciò che in termini moderni si definisce shit storm.

Mi sono rimasti impressi i post di una ragazza che trattava di esperienze vissute in prima persona e particolarmente sensibili come il mobbing e il bullismo, vissute nell’azienda in cui stava lavorando.

Mi sono chiesta immediatamente quanto fosse sicura della propria posizione al lavoro, quando scriveva di argomenti tanto delicati su una piattaforma direttamente accessibile a chiunque, dal suo manager ai colleghi ma soprattutto così interconnessa con il suo profilo professionale.

Mi è venuto spontaneo chiedermi come mi sarei comportata io, al suo posto, su una piattaforma che sì può darti forza attraverso migliaia di like e commenti positivi dagli utenti, ma può anche rivelarsi il perfetto strumento di sorveglianza di capi e colleghi. 

Valori ed etica

Altra caratteristica interessante di LinkedIn è il suo rapporto con i valori e l’etica. Oggigiorno il mondo del lavoro sembra porre un forte accento sull’importanza dei valori aziendali, non intesi semplicemente nell’ambito delle strategie di profitto e crescita, ma anche e soprattutto in aree trasversali dalla grande complessità, come l’attenzione al pianeta, la battaglia contro la discriminazione, la cura della salute mentale e fisica dei dipendenti e molte altre. 

Sicuramente c’è del positivo in tutto questo, chi non vorrebbe lavorare in una azienda sensibile ai grandi problemi del mondo? Chi non vorrebbe un datore o una datrice di lavoro che sappiano guardarci attraverso una lente umana e non solo come numeri su un foglio di bilancio? 

Tuttavia, per quel che osservo le conseguenze di un social network che parla di lavoro e di etica sul lavoro non si fermano alle promesse e ai manifesti aziendali, bensì potrebbero essere il motore di effetti ben più complessi. 

Intanto per cominciare, il profilo LinkedIn non è più solo un curriculum digitale o una piattaforma dove parlare di business, ma diventa anche un diario personale, dove in molti si sentono trasportati ad aprirsi e a scrivere di sé come esseri umani e non solo come unità produttive.

Un dipendente si sentirà in dovere o semplicemente incoraggiato a far sapere al datore di lavoro che i suoi valori sono in linea con l’azienda. Ciò significa aprire una porta sulle proprie vulnerabilità, esposta alla sorveglianza professionale anche quando stai scrivendo dal divano di casa. 

Mi direte: certo, suona un po’ inquietante ma basta stare attenti e usare LinkedIn solo per fini lavorativi, tenendo così separata la nostra figura professionale dalla sfera privata. Sicuramente questa è una strategia più sicura, ma io ribatterei che non è così semplice. 

Comincerei con l’osservare che non sono tante le persone in grado di controllare la tentazione di scrivere in modo impulsivo sui social, soprattutto quando questi sono alla portata di dita 24 ore su 24. In più, basta guardare qualche dato per rendersi conto di quanto questo social sia utilizzato e quanto sia utilizzato in sovrapposizione con altri social media come Facebook e Twitter, veri e propri templi di litigi e argomenti spinosi. 

LinkedIn. Io sono il mio lavoro, io sono i miei valori
Foto di Lukas Blazek

In una realtà virtuale tanto affollata può essere molto difficile rimanere sulle proprie, soprattutto quando si è circondati da utenti che fanno l’esatto contrario. Dire la propria sembra quasi un dovere, di sicuro è una tentazione per i più. Il fatto che quasi il 60% del traffico di LinkedIn avvenga attraverso smartphone può costituire un ulteriore incentivo all’impulsività. 

Insomma, la mia opinione su LinkedIn è che, sebbene sia uno strumento utile per quanto riguarda la ricerca di aziende e annunci di lavoro, può anche trasformarsi in un’arma pericolosa.

È particolarmente insidioso perché attraverso uno smartphone ti connette istantaneamente con la tua sfera professionale e il mondo del lavoro e perché è una tentazione iniziare a mischiare questa parte dell’identità con tutto il resto.

Non c’è separazione fisica tra il privato e il lavoro, tra ciò che decidiamo di mostrare a un collega o a un/a superiore e ciò che condividiamo nel privato con familiari e amici. Il crollo di questa barriera fisica rende pericolosamente semplice l’interferenza e la confusione tra le varie sfere del nostro essere.

Chi sono io oggi, con un telefono in mano? Sono una donna in carriera armata di ambizione o una gattara nichilista che tollera a malapena la presenza del postino nei cinque secondi di consegna di una raccomandata? Mi è permesso arrabbiarmi, essere delusa, lamentarmi, rinunciare o arrendermi? Mi è permesso mostrare le mie vulnerabilità senza che queste interferiscano con il mio lavoro e la mia figura professionale? E se un giorno mettessi like a un post che non piace al mio capo?

Verba volant, Internet manent, quindi controllare ciò che si scrive diventa una fonte di preoccupazione continua, che non ci lascia in pace a nessuna ora del giorno. 

Ed ecco che, nonostante le minacce di non trovar lavoro senza un profilo LinkedIn attivo, ho rinunciato a scriverci alcunché e l’ho lasciato in uno stato alquanto polveroso. Perché io non sono il mio lavoro e vorrei tenere i miei valori lontano dall’ufficio.

Immagine di copertina:
Foto di Greg Bulla


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Genovese di nascita e scozzese di adozione. Dopo una laurea in fisica si è buttata all’avventura in un dottorato in scienze dei materiali e ottica quantistica a Edimburgo. Nel tempo libero ama leggere libri (tranne quelli di divulgazione scientifica), accarezzare gatti, ascoltare De André e cercare di riprodurre la focaccia genovese nel forno di casa.

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