Scuola Italiana

Interrogati alla lavagna: le bizzarrie della scuola italiana

La bacchetta e i ceci dietro la lavagna sono spariti da tempo, ma a parte questo è cambiato poco o niente.

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Una sera di qualche mese fa stavo guardando L’amica geniale su Sky con il mio ragazzo inglese. In una delle prime puntate c’è una scena ambientata in una scuola elementare di Napoli degli anni Cinquanta, dove Lila, una delle protagoniste, viene interrogata alla lavagna dalla maestra Oliviero. Lungi da me dal fare spoiler, mi limiterò a dire che Lila, tra lo stupore generale, riesce a scrivere una parola sulla lavagna, istigando la gelosia della compagna di scuola Elena.

Il resto del film gioca sulla competizione tra le due e su come questa maturi attraverso l’adolescenza e l’età adulta, tra risvolti drammatici e molto sentimentali. Ma non sono qua per parlare del film, bensì del dialogo scaturito tra me e il mio ragazzo che, dopo aver visto la scena commenta così:

“Certo che la scuola degli anni Cinquanta era proprio barbara!”. 

Io lo guardo un po’ stranita, dopotutto durante l’interrogazione di Lila non ci sono state scene di bacchettate o altre punizioni corporali, era solo una normale interrogazione. Al mio chiedere spiegazioni lui mi guarda stupito, rispondendo che la barbarie per lui era esattamente quello: un’interrogazione alla lavagna.

Io allora controbatto ridendo che le interrogazioni orali fatte così sono ancora parte della scuola, dalle elementari fino ai concorsi di dottorato. Non riuscivo lì per lì a capire il motivo di tanta indignazione, tuttavia, dopo il dialogo che si è aperto nell’ora successiva, ho cominciato a realizzare che forse ciò che ero sempre stata abituata a definire una normalità scolastica, in realtà, tanto normale non è.

Mi sono ritrovata a riflettere, per esempio, su quanto possa essere umiliante per un bambino stare in piedi davanti all’intera classe

Tale umiliazione viene a fondersi con la pressione di fare bene, di non apparire stupidi o, nei casi peggiori, di non istigare il bullismo (sia da parte degli altri bambini sia da parte degli insegnanti). So già cosa staranno pensando alcuni lettori, ovvero che le interrogazioni orali temprano il carattere e che devono essere usate come strumento per superare le proprie insicurezze, per imparare ad esprimersi in modo fluente e convincente. 

Questa è un’ottima argomentazione, tuttavia non riesco a smettere di pensare che forse non è abbastanza per controbilanciare quelle che sono le conseguenze negative. 

Quando Lila, sotto gli occhi della madre, scrisse sulla lavagna la parola “geso”, con una sola s, subito le venne detto “ecco, hai sbagliato”. L’interferenza con il processo di apprendimento è una costante durante le interrogazioni, in cui ogni processo mentale sembra essere scandagliato e giudicato.

Mi direte che è il compito dell’insegnante di valutare, quindi il giudizio è necessario e non deve assumere una connotazione negativa, tuttavia io direi che, sì, è compito dell’insegnante di valutare, ma questo dovrebbe avvenire attraverso il giudizio più neutro possibile.

Come si può acquisire questa neutralità davanti a una cattedra e trenta paia di occhi fissi sulla propria fronte? Come si fa a mantenere la lucidità necessaria per rispondere alla domanda quando la pressione del giudizio è così intensa?

Se le circostanze in cui la persona viene testata non permettono la tranquillità giusta, allora il risultato non sarà necessariamente ottimale. La qualità della prova sarà alterata e potrebbe non rendere giustizia al lavoro fatto dagli studenti, quindi, l’oggetto del giudizio rischia di non essere lo studio fatto e il lavoro eseguito, bensì la capacità dello studente in questione di destreggiarsi in una determinata situazione sociale, dettata dalle dinamiche della classe. 

È questa una lotta alla pari?

Assolutamente no, ci sono studenti più disinvolti, che sanno sfruttare nel modo giusto la pressione dei propri compagni e che riescono a gestire le eventuali provocazioni dell’insegnante, mentre ad altri ciò viene meno naturale.

Poi c’è il problema dei pregiudizi che un insegnante può costruire contro o a favore di un determinato alunno, che durante un’interrogazione orale, nella quale è necessaria un’interazione diretta con la figura di autorità, potrebbe aggiungere stress e ansie, con effetti controproducenti. 

In questo senso la scuola italiana funge come strumento di darwinismo sociale, dove i ragazzi vengono lasciati a se stessi in una giungla piena di tranelli che ben poco hanno a che vedere con la loro formazione.

Hanno a che vedere piuttosto con la volontà di costruire competizione, piuttosto che collaborazione, bullismo sociale piuttosto che empatia, nozionismo piuttosto che intelligenza e senso critico.

Basta incontrare l’insegnante sbagliato, che ti prende di mira, o dei compagni che non ti digeriscono e il gioco è fatto.

Nella scuola inglese così come in quella scozzese, le interrogazioni orali non esistono proprio per questi motivi, dunque il modello della scuola italiana non è universale. Nonostante le critiche, in ambienti prettamente accademici, noi italiani siamo maestri del cantarcela e suonarcela da soli.

Da quando mi sono trasferita in un’università scozzese, ho sentito molteplici volte professori italiani deridere la mancanza di prove orali nei corsi, considerati essenziali per forgiare l’individuo. Il mantra “a casa nostra i treni arrivano in orario” è palpabile e a volte sfocia nel ridicolo. Tale aurea di autorevolezza cattura anche alcuni accademici stranieri, i quali si autoconvincono sotto chissà quali influenze che gli studenti italiani siano tra i migliori. Ma è davvero così?

Siamo davvero un esempio per quanto riguarda l’istruzione?

Penso sia molto difficile rispondere a questa domanda, perché non è facile fare confronti tra modelli scolastici di diversi paesi, in quanto la valutazione delle performance scolastiche è immersa nel rumore creato da mille altre variabili come il mercato del lavoro, i valori e la cultura locali, le dinamiche sociali, insomma, non posso certo avere la presunzione di fare un trattato sull’argomento.

Un parametro alquanto oggettivo che può essere utilizzato per qualche spunto di riflessione è il PISA test, il quale valuta diverse capacità, dall’analisi e comprensione del testo alla matematica.

Come si piazza l’Italia in questo particolare esame sulla scena globale?

Sembra che non siamo particolarmente eccelsi e che, se si guarda ai dati, otteniamo punteggi ben più bassi di altri paesi nord-europei, tra cui la famigerata Finlandia (che già odiamo perché fa sempre meglio di noi) e il Regno Unito. 

Scuola Italiana
PISA 2018 Worldwide Ranking – average score of mathematics, science and reading. Fonte: Organization for Economic Cooperation and Development (OECD), 2018-2019

La differenza è sostanziale in tutte le discipline testate, il che dovrebbe farci sorgere qualche domanda

So bene che questo non implica che le prove orali siano la o una causa di questi risultati, tuttavia, se si considera che i paesi migliori in Europa hanno modelli scolastici molto diversi dal nostro, dovremmo come minimo pensare che forse stiamo sbagliando qualcosa. Forse la scuola italiana non è così perfetta come si pensi. 

Poco tempo fa ho ascoltato un podcast di Michele Boldrin dove si discuteva il libro “Il danno scolastico, la scuola progressista come macchina della disuguaglianza”, scritto a quattro mani da Paola Mastrocola e Luca Ricolfi.

In tale podcast, la Mastrocola presenta la perdita dei valori della scuola tradizionale come il motivo principale per cui i ragazzi di oggi siano così carenti. Spiega ad esempio che i ragazzi arrivano al liceo senza conoscere le basi dell’analisi logica, e così non saranno mai in grado di imparare il latino.

La mancata padronanza del latino e l’odio viscerale per i Promessi Sposi di Manzoni diventano lo strumento di genesi dei peggiori demoni che affliggono i giovani d’oggi, deboli e troppo protetti da quella che viene definita “scuola progressista”. 

Ma la scuola italiana non è mai stata progressista!

Anzi, a parte la bacchetta e i ceci dietro la lavagna che sono spariti da tempo, i metodi sono sempre gli stessi e sembra che ci sia poca voglia di cambiare e di ascoltare.

Dalla scuola primaria fino alla magistrale, ho sempre percepito Gentile alitarmi sul collo e ho sempre osservato la poca voglia di pensare in modo coraggioso a dei cambiamenti radicali, fatta eccezione per gli articoli di qualche svitato di sinistra.

Il dibattito, piuttosto, sembra accanirsi sempre sulla mancanza di severità. Aumentare le punizioni, aumentare i tomi da studiare, aumentare le ore di lettura dei Promessi Sposi a un minimo di 35 a settimana e vedrete che i giovani finalmente inizieranno a sviluppare forza nella zona lombare e nel rachide!

Perché se noi millennials facciamo fatica a trovare un posto nel mondo è solamente colpa nostra o, al più, di insegnanti troppo permissivi che non ci hanno bacchettati a sufficienza (o che non ci hanno fatto leggere abbastanza Promessi Sposi), quindi, per forza di cose, siamo sempre noi l’anello debole dell’evoluzione del ventunesimo secolo.

Nessuno pensa che forse, piuttosto che di troppa protezione, i giovani studenti italiani moderni soffrano di troppo autoritarismo?

Istruzione e mobilità sociale

Un altro punto interessante del podcast è stato quando ha preso la parola Ricolfi, il quale ha parlato della relazione tra istruzione e mobilità sociale. L’argomentazione viene sviluppata sulla base della sua personale esperienza di professore, durante la quale conferma di aver visto troppi studenti che mancano delle basi, che non sanno fare un’analisi, non si sanno esprimere, insomma, sono uno schifo completo.

Individua, poi, questa nostra carenza incolmabile e irreparabile di capacità intellettuali come la principale causa della nostra scarsa mobilità sociale. Insomma, se i ragazzi provenienti da famiglie operaie fanno fatica ad emergere sul mercato del lavoro, la colpa è sicuramente delle nostre lacune di latino, è perché non abbiamo letto i Promessi Sposi con sufficiente attenzione.

Forse Thomas Piketty non sarebbe soddisfatto con questa spiegazione, visto che nel suo libro Il Capitale nel XXI secolo (capitolo 13), spiega come la mobilità sociale sia diminuita a livello globale nonostante l’istruzione media sia aumentata.

Secondo questa osservazione, l’istruzione generica non ci renderebbe la vita più facile, figuriamoci la disinvoltura nel tradurre Seneca!

Forse parte del problema è che tendiamo ad essere sempre circondati da chi ripete sempre le stesse cose, ma raramente ci sentiamo dire qualcosa di diverso e opposto al nostro naturale modo di pensare. Per me è stata quella conversazione su L’amica geniale, avvenuta un po’ per caso in territorio straniero, che mi ha aperto gli occhi rispetto a ciò che consideravo normale.

Forse, più che i Promessi Sposi, dovrebbero spedire gli insegnanti e tutto il dipartimento del Ministero dell’Istruzione in un Erasmus in Finlandia, oppure dovrebbero iniziare a proporre letture alternative: al posto dei Promessi Sposi io suggerirei la lettura de La tirannia del merito di Michael Sandel. 

Immagine di copertina:
Foto archivio Museums Victoria


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Genovese di nascita e scozzese di adozione. Dopo una laurea in fisica si è buttata all’avventura in un dottorato in scienze dei materiali e ottica quantistica a Edimburgo. Nel tempo libero ama leggere libri (tranne quelli di divulgazione scientifica), accarezzare gatti, ascoltare De André e cercare di riprodurre la focaccia genovese nel forno di casa.

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