Opinioni personali e società

Non ho le competenze per parlare: il timore delle opinioni

Riflessioni di sociologia senza una laurea in sociologia: quando la paura di non sapere ci rende muti, lo spirito critico muore.

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Non so bene se è perché sto invecchiando o perché il mondo sembra essere impazzito, ma più mi guardo attorno più cresce in me la sensazione che la realtà in cui viviamo sia davvero complessa, un vero e proprio dedalo di informazioni, fatti, regole, miti e leggende.

Qua confesso di aver usato WikiHow per risolvere parecchi dilemmi, da come togliere una macchia di grasso da una scarpa di cuoio alle istruzioni su come sfilettare un pollo a come approcciare un collega che dà segni di esaurimento. Internet è anche la mia enciclopedia, da spulciare quando non mi ricordo un determinato evento storico o quando ho bisogno della traduzione di una certa parola in inglese.

Un po’ per celia un po’ sul serio, Internet è diventato il mio manuale aperto sul mondo, un libretto di istruzioni infinito al quale affidarsi, il sostituto della nonna, del consulente finanziario e del professore del liceo. Se hai un dubbio, cerca su Google. Ancora meglio, puoi chiamare Siri che, come una saggia sorella maggiore, ti dirà esattamente quanti chilometri dista l’ostello dall’aeroporto di Schiphol o quanti minuti servono per arrostire un pollo da due chili e mezzo.

I politici sono su Twitter, così come gli scienziati, gli scrittori, i cantanti e i giornalisti. Ognuno dice la sua, alla portata di tutti.

Questo scrigno infinito di informazioni non ci è donato senza effetti collaterali: fake news, click bait, disinformazione, demagogia e quant’altro. Basti guardare gli ultimi due anni e tutti i maggiori fatti di cronaca che abbiamo seguito e tutt’ora seguiamo con trepidazione e paura: virus, guerre, crisi energetica, crisi climatica.

Come si fa a capire quando una notizia è attendibile? Come si fa a informarsi? Ma soprattutto, come si fa a costruire una propria opinione ponderata su fatti, notizie e conoscenze pregresse? 

Se dovessi stilare una lista delle frasi che ho letto più di frequente sui social, una di queste sarebbe sicuramente “non ho le competenze per parlare di x”.

Mi ricordo ancora ai tempi del referendum costituzionale del 2016, quando una ragazza mi disse che non aveva intenzione di votare perché non era una avvocata costituzionalista. Simili episodi mi sono capitati di frequente e ho incontrato spesso persone timorose di non saper bene cosa dire o cosa pensare di fronte a complessi argomenti di attualità.

Prendiamo un esempio noto a tutti, ovvero la recente crisi sanitaria. Il mondo era diviso essenzialmente in tre tipi di persone:

I virologi, i non virologi inconsapevoli di non essere virologi e i non virologi troppo consapevoli di non essere virologi. Se da un lato c’è eccessiva saccenteria, dall’altra c’è eccessivo timore, quasi una vera e propria fobia di formulare un’opinione e di sbagliare. 

Mi ricordo ancora quando, durante la prima ondata del Covid-19, una donna inglese era stata arrestata per aver mangiato un panino su una spiaggia deserta. Una sera commentai il fatto con dei colleghi, dicendo che a me pareva alquanto esagerato arrestare una donna sola in mezzo a una spiaggia della Cornovaglia perché mangiava un panino. Manco il tempo di finire la frase che uno degli interlocutori già si sentiva in dovere di rispondermi con un: “I don’t have a degree in virology, I am not an expert, sorry”.

La conversazione cadde lì e io in parte mi sentii irritata dalla neutralità svizzera di fronte a quello che ritenevo un accettabile argomento di conversazione e in parte mi vergognai perché forse avrei dovuto limitarmi a parlare di ciò che ho studiato, senza azzardarmi oltre. Il che mi renderebbe la vita abbastanza triste, perché essenzialmente limiterebbe le mie conversazioni alle carrucole e alle leggi di Maxwell.

Ultimamente provo il sospetto che il fenomeno del non pronunciarsi se non si ha una laurea rilevante in mano che attesti la nostra autorità si sia particolarmente acuito in Italia durante il governo Conte e il governo Draghi.

Solo gli avvocati potevano mettere in discussione Conte, così come ora solo chi ha un dottorato in economia e 25 anni di esperienza alla BCE può mettere in discussione Draghi, o così per lo meno sembrano pensare alcuni. 

Questa sottocultura parte da un ragionevole timore di dire castronerie il quale, in un mondo complesso dove le informazioni sono libere di svolazzare qua e là e fondersi in ogni dove con falsità e propaganda, è assolutamente comprensibile. Così come è comprensibile affidarsi a chi ne sa più di noi quando siamo consapevoli della nostra ignoranza in un dato argomento. Del, resto c’è un motivo se non facciamo tutti lo stesso mestiere e io sono ben contenta di chiamare un tecnico per mettere le mani nella caldaia difettosa così come sono perfettamente d’accordo sull’affidarmi a un infermiere per il prelievo del sangue. Di certo non chiedo a WikiHow come trovarmi una vena da sola e che apparecchiature mi servono per contare i trigliceridi. Allo stesso modo, è saggio ascoltare e imparare da chi sa più di noi in ogni campo di studi.

Pensiero critico

Tuttavia, io non posso fare a meno di pensare che a volte questo timore venga eccessivamente esasperato, al punto da privarci, di fatto, dell’esercizio del pensiero critico. Perché è rassicurante e forse confortevole seguire le linee guida degli esperti.

Ma se esiste un esperto per ogni cosa che può letteralmente indicarci la via e darci una ricetta per vivere, qual è il ruolo dei non esperti? Se non c’è modo per me di formare un’opinione su niente che non sia un argomento di fisica, perché mai a scuola ho dovuto passare anni a studiare italiano, geografia, filosofia, storia e quant’altro? Non è forse proprio questo il significato dell’istruzione scolastica, quello di formare individui pensanti che, seppur non onniscienti, siano in grado di avere spirito critico e consapevolezza di sé stessi e del mondo, oltre che un minimo di cultura generale e senso civico? 

Mi ricordo quando a scuola studiavamo filosofia e la professoressa ci spingeva ad argomentare su dilemmi quali l’esistenza di Dio, la vita ultraterrena o il concetto di superuomo in Nietzsche (una professoressa, tra l’altro, molto stretta di voti). Ho ancora vivide le immagini dei temi di italiano, dove ci veniva chiesto di scrivere uno o due protocolli sulla Guerra Fredda, l’Olocausto, il comunismo e la mafia, con l’obiettivo di allenare la materia grigia a produrre ragionamenti sensati anche quando avevamo solo 16 anni e ben poca spina dorsale.

Potessi tornare indietro a una di quelle mattinate del tema di italiano, forse scriverei solo una riga sul protocollo: “non ho le competenze adatte per parlare di nessuno degli argomenti proposti, il tema finisce qui”.

Chissà cosa ne verrebbe fuori da questo esperimento, forse era quello il segreto per ottenere un dieci? 

Il mondo attuale non è semplice, ci siamo dovuti confrontare con importanti eventi storici dai quali usciamo con la sensazione di non aver imparato nulla. Il nostro tempo può di certo essere disarmante, e in questo clima non c’è da stupirsi se noi italiani abbiamo sviluppato un certo appetito per i governi tecnici, i quali sembrano una facile soluzione quando non sappiamo da che parte girarci. E questa forse è una delle conseguenze più desolanti del nostro timore di prendere decisioni al di fuori del tracciato delineato dai tecnocrati: la democrazia inizia a perdere senso.

Quello che in Italia doveva essere semplicemente una fase temporanea per garantire la stabilità in un momento di crisi, adesso pare a molti una soluzione permanente: un affascinante connubio di istituzionalismo e tecnocrazia. Come viene scritto in un interessante articolo di Paolo Gerbaudo, sociologo al King’s College di Londra (un esperto, quindi), su Jacobin, la tecnocrazia è diventata, per molti italiani, uno strumento di conforto e protezione, un po’ come la copertina di Linus.

I partiti sembrano futili, mentre la figura di Mario Draghi è innalzata ad autorità assoluta e intoccabile, un vero e proprio salvatore della nazione, un padre severo che sa meglio di chiunque altro cosa è meglio per gli italiani. Con ben poca opposizione dai media nazionali e con un indice di gradimento molto alto, Mario Draghi è difficile da mettere in discussione. In questa atmosfera, è infatti facilissimo tacciare di populismo qualsiasi critica che non venga da una figura altrettanto autorevole. 

Un tipico litigio su Facebook o Twitter molto probabilmente finisce con una domanda sulle note di “ah, quindi è economista pure lei? Mi dica, dove ha studiato?”.

Insomma, meglio andare a prendersi una laurea in economia prima di incominciare un dibattito sul nostro leader e il suo governo. 

Questo processo di svilimento della democrazia in realtà è iniziato ben prima del governo Draghi e dello stato di emergenza. Come riportato in una analisi dell’Economist Intelligence Unit, l’Italia è tra i paesi in cui tra il 2008 e il 2011 l’indice di democrazia (o democratic index) è sceso, relegandoci alla non lusinghiera categoria di “flawed democracy”, ovvero democrazia imperfetta, o difettosa.

In particolare, viene riportato un deterioramento della libertà dei media, che si è inasprito significativamente nel 2008, grazie al controllo di Mediaset dell’allora primo ministro Silvio Berlusconi e che non sembra dare cenno di miglioramento. L’indice di democrazia è da allora sceso progressivamente fino al 2020, raggiungendo un minimo storico di 7.74.

Insomma, sembra che negli ultimi vent’anni la fiducia nella democrazia e nei partiti sia diminuita, mentre sono molteplici gli indicatori che suggeriscono un aumento dell’approvazione dei governi tecnici. Molto interessante è lo studio condotto da Silvia Merlier e pubblicato da Cambridge University Press sulle attitudini dei cittadini italiani in risposta al governo Monti.

In questo articolo si utilizza tale periodo storico dell’Italia come “esperimento naturale” in cui sondare come un governo tecnico influenzi l’opinione dei cittadini in merito alle istituzioni e alla politica. Dalle conclusioni di questo articolo si riconosce che la fiducia nel governo è aumentata con la leadership di Monti, in particolare in merito alla capacità di superare le crisi. Sebbene questa venga riconosciuta come una analisi limitata, in quanto riguardante un singolo evento storico circoscritto all’Italia, è comunque interessante vedere che una analisi sociologica rigorosa sembra confermare la mia impressione (e forse non solo la mia?) che una parte significativa della popolazione italiana sembra trovare conforto nella guida dei tecnici al governo. 

Mi dica, lei cosa ne pensa del Cubismo?

È difficile trarre conclusioni assolute e questo articolo non vuole di certo offrire risposte, ma credo che per ogni invettiva contro il suffragio universale e il populismo, varrebbe la pena riflettere su come siamo arrivati ad avere paura delle elezioni e ad aspirare a un patentino elettorale basato sul punteggio del QI. E forse varrebbe la pena ritornare agli anni scolastici, e interrogarci su quale sia stato il senso di tutto il sudore sui libri di materie di cui ci siamo dimenticati l’esistenza, se oggi non c’è più fiducia se non per chi ha un dottorato (fiducia, tra l’altro, confinata a una nicchia del sapere oltre alla quale si perde ogni autorità). 

“Mi dica, lei cosa ne pensa del Cubismo?” – questo mi chiese la professoressa di storia dell’arte in quinta liceo. Una domanda a cui seguì una risposta che non ricordo più, ma che suscitò il suo interesse, nonostante la mia pressoché assente competenza nelle arti. 

A volte mi piacerebbe poter tornare indietro a quando avevo sedici anni e la sicurezza di poter affrontare un dibattito sul libro appena letto o sul documentario appena guardato, senza la paura che qualcuno rispondesse “mi dispiace, non sono un esperto e non lo sei nemmeno tu”. Quante conversazioni perse in questi ultimi cinque anni! 

Disclaimer post lettura:

In quanto autrice del suddetto articolo, mi avvalgo del diritto di trattare temi al di fuori del mio campo di studi, comprendendo che c’è una ragionevole probabilità di sbagliare, non essere abbastanza profonda e soprattutto di non incontrare l’approvazione di ogni lettore. Discussioni e critiche all’articolo sono sempre benvenute, anzi incoraggiate.

Immagine di copertina:
Una parte della mia libreria. Foto di Micaela L.


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Genovese di nascita e scozzese di adozione. Dopo una laurea in fisica si è buttata all’avventura in un dottorato in scienze dei materiali e ottica quantistica a Edimburgo. Nel tempo libero ama leggere libri (tranne quelli di divulgazione scientifica), accarezzare gatti, ascoltare De André e cercare di riprodurre la focaccia genovese nel forno di casa.

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