Per una Giornata Nazionale Antimafia

Antimafia. Perché oggi abbiamo bisogno della giornata nazionale?

Esiste una “giornata (inter)nazionale” per tutto. È giunta l'ora di una Giornata Nazionale della Lotta alla Mafia - anzi, meglio - dell'Antimafia.
14 Maggio 2023
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Esiste una “giornata (inter)nazionale” per la qualunque, benissimo: è giunta l’ora di una “giornata nazionale – anzi, internazionale – della Lotta alla Mafia”, anzi, ancora meglio “dell’AntiMafia”.

Scorrendo il calendario, tra la fine dell’anno vecchio e l’inizio dell’anno nuovo si sbirciano sempre le future feste comandate e quelle variabili: quando cade Pasqua? Come cade il 2 giugno? Le abbinate 25 aprile – 1 maggio e 26 – 31 dicembre sono ponti? Non diteci che ferragosto cade di domenica!

Nel corso degli anni poi alle feste comandate si sono progressivamente aggiunte “giornate nazionali” e “giornate internazionali” tra le più disparate, alcune anche dense di significato del tutto meritevole. Ed ecco spiegato perché esiste persino una sezione del sito del Governo Italiano dedicata alle festività e alle giornate nazionali.

Senza alcun paragone, confronto, competizione, conflittualità o ricerca di una qualche forma di graduatoria che non avrebbe alcun fondamento, non credete sia arrivato  il momento, proprio oggi in questo 2023, di istituire per legge la “Giornata Nazionale della Lotta alla Mafia”?

O anzi, ancora meglio: la “GIORNATA NAZIONALE DELL’ANTIMAFIA”.

Qualche idea sulla data da individuare? Eccome, anche più di una. 

OPZIONE UNO: 15 GENNAIO.

15 gennaio, 1993. Guidata dal Capitano Ultimo, va in scena l’“Operazione Belva”, nome in codice dell’arresto di Salvatore Riina, detto anche “Totò u’ curtu” o appunto “la Belva” – per merito o a causa, vedete voi, della sua brutalità e ferocia d’azione – che era latitante dal luglio 1969.

Da allora e fino alla morte rimase in carcere per scontare i 26 ergastoli a cui era condannato. Era l’allora “Capo dei Capi” della Mafia siciliana.

Tra 15 e 16 gennaio, 2023, pressoché 30 anni dopo, avviene l’arresto di Matteo Messina Denaro, “erede” – se così si può dire – di Riina quale capo della Mafia. «Abbiamo catturato l’ultimo stragista responsabile delle stragi del 1992-93», ha detto il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia nelle prime dichiarazioni alla stampa, ricollegando e dando senso e compimento a tutti questi anni di lotta e indagini.

OPZIONE DUE: 30 GENNAIO.

30 gennaio, 1962.

Serafina Battaglia, avvolta in uno scialle e in un velo neri, per la prima volta testimoniò in tribunale contro tre malavitosi di Alcamo.

«Mi hanno tolto mio figlio. Finché mi avevano tolto mio marito, non avevo detto niente, ma mio figlio è sangue mio, e io devo reagire».

Non basta?

«I mafiosi sono pupi. Fanno gli spavaldi solo con chi ha paura di loro, ma se si ha il coraggio di attaccarli e demolirli diventano vigliacchi. Non sono uomini d’onore ma pezze da piedi».

Ancora, a chi le chiese perché si portasse dietro una pistola:

«La tengo per difendermi anche se ora la mia arma è la giustizia».

Lei era Serafina, donna, moglie, madre, e scelse di ergersi, a lungo e assai spesso sola, contro quel muro d’omertà pestifera che ancora avvolge trame e tessuti mafiosi. Prima donna a testimoniare contro la mafia:

«Se le donne dei morti ammazzati si decidessero a parlare così come faccio io, non per odio o per vendetta ma per sete di giustizia, la mafia in Sicilia non esisterebbe più da un pezzo».

30 anni dopo, 30 gennaio 1992, ore 16:50.

È il momento in cui viene pronunciata la sentenza della Sezione VI della Corte di Cassazione che sancisce l’esistenza della Mafia in Italia, anche sul piano processuale, confermando le condanne di I grado inflitte a conclusione del Maxiprocesso di Palermo nel 1987.

Ci sono voluti 30 anni per metterlo su carta. E sono fin pochi: ciò che più dovrebbe farci impallidire sono le vittime, soprattutto quelle innocenti, con particolare onore da tributare a quelle tra le forze dell’ordine e tra i ranghi della giustizia, che si sono letteralmente sacrificate per questa lotta.

La sentenza del 1992 chiude come un cerchio le parole pronunciate dal pubblico ministero accusatore Domenico Signorino nella sua requisitoria del 30 marzo 1987:

«Questo è un processo come tutti gli altri, per quanto smisurato. Ciò che vi chiedo non è la condanna della mafia, già scritta nella storia e nella coscienza dei cittadini, ma la condanna dei mafiosi che sono raggiunti da certi elementi di responsabilità».

La condanna dei mafiosi.

Una giornata non “della Lotta alla Mafia”, ma “dell’AntiMafia”

Siamo qui ad affermare che una di queste due sarebbe la più appropriata delle date in cui stabilire la “Giornata Nazionale per la Lotta alla Mafia”.

Non si può non riportare, sebbene affermato e poi subito tralasciato dai media, che è stata la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a fare questa suggestiva proposta il giorno stesso dell’arresto di Matteo Messina Denaro, il 16 gennaio scorso. Se davvero desse corpo e mettesse per iscritto – chi altro dovrebbe? – la proposta, beh: avrebbe fatto anche una cosa buona.

Si segnala inoltre che il sito della Camera dei Deputati ci dà notizia che una proposta in tal senso è stata già depositata, primo firmatario l’onorevole Salvatore Caiata, esponente dello stesso partito della Presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia: eppure è lo stesso sito della Camera dei Deputati che ci dà notizia che nessun testo è a tutt’oggi disponibile.

Eppure il 30 gennaio risulta essere la data migliore. Migliore perché il 15 e il 16 si rievocherebbero pur sempre due mafiosi.

Il rischio è che ci sia chi non afferra che non sono loro ad essere celebrati. Che sia quindi il 30 gennaio la giornata: perché celebra le donne – Serafina per prima, ma mica per ultima! – e tutte le persone – del maxiprocesso, dello Stato – che hanno incarnato la Lotta alla Mafia. E che si celebrino anche loro come persone, perché sono state – e perchè siano ora e per sempre – testimoni fino in fondo.

E ancora: non sia “della Lotta alla Mafia”, ma “dell’AntiMafia”, anche per un senso di rivincita per così dire, ancora con un legame di calendario.

Era il 10 gennaio 1987 quando uscì sulle pagine de Il Corriere della Sera quel pezzaccio di Leonardo Sciascia dal titolo “I professionisti dell’AntiMafia”, dove l’intellettuale siciliano – il cui valore e le cui opere nulla perdono – teorizzava “l’antimafia come sistema di potere”.

A quella affermazione divenuta un’espressione non di rado ripetuta e usata come un’offesa in diminutio, va dato uno schiaffo, fortissimo. Che lo si faccia anche istituendo la “Giornata Nazionale dell’Antimafia”.

Perché queste non restino parole al vento, ecco il link per la petizione online che da qui e ora lanciamo “Per istituire la Giornata Nazionale dell’Antimafia”:

E azzardando, si potrebbe intitolare all’Antimafia perfino l’intero mese di Gennaio, mese in cui è tragicamente appropriato individuare la data.
Perché? 

Ci sono una decina di buone e pessime ragioni. Vediamole, in ordine di calendario.

Gennaio mese dell’Antimafia

4 gennaio, 1947, Sciacca (AG), assassinio di Accursio Miraglia, segretario della Camera del Lavoro e dirigente del Partito Comunista Italiano.

5 gennaio, 1984, Catania, assassinio di Giuseppe “Pippo” Fava, già giornalista de “Il Giornale di Sicilia”, fondatore del giornale antimafia I Siciliani, anche scrittore.

6 gennaio, 1980, Palermo, assassinio di Piersanti Mattarella, politico di primo piano della Democrazia Cristiana, allora Presidente della Regione Sicilia, accidentalmente fratello dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

8 gennaio, 1983, Barcellona Pozza di Gotto, assassinio di Giuseppe Aldo Felice “Beppe” Alfano, corrispondente del quotidiano La Sicilia.

11 gennaio, 1996, luogo ignoto, assassinio di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido dopo più di 2 anni (2 anni!) di sequestro. Atroce crimine. Forse anche questo sarebbe “un ottimo giorno”.

12 gennaio, 1998, Palermo, assassinio di Giuseppe Insalaco, già sindaco della città per soli tre mesi, vicenda da cui trasse lo spunto definitivo per denunciare le indebite ingerenze di Cosa Nostra negli affari cittadini.

25 gennaio, 1983, Valderice (TP), assassinio di Giangiacomo Ciaccio Montalto, magistrato antimafia di punta della Procura di Trapani, su mandato diretto di Toto’ Riina, “infastidito” dalla sua azione.

26 gennaio, 1979, Palermo, assassinio di Mario Francese, giornalista de Il Giornale di Sicilia, per il suo “straordinario impegno civile con cui […] aveva compiuto un’approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni ’70” – parole queste dei magistrati – in particolare riguardo la diga di Garcia (Palermo). Nel 2002 sono stati condannati in via definitiva per il suo assassinio Totò Riina, Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano, ossia il pantheon della mafia corleonese.

29 gennaio, 1919, Corleone (PA), assassinio di Giovanni Zangara, dirigente del movimento contandino e assessore comunale. Perché anche le storie vecchie più di un secolo vanno riscoperte e studiate: sono egualmente appassionanti e vere, terribili e patrimonio profondo della lotta alla mafia, perché purtroppo la mafia esiste da tempo e non hai mai, avuto la benché minima patina di onore o valore, perché non c’è mai stato un codice capace di nobilitare una montagna di merda.

31 gennaio 2005, Napoli, assassinio di Vittorio Bevilacqua, padre di uno scissionista, per tre motivi: perché ci sono anche le vittime pienamente innocenti e di cui i nomi dimentichiamo, non senza colpe seppur lievi; perché la mafia non è solo in Sicilia, anche a Scampia, ma in tutta Italia e purtroppo con cosche e locali in tutto il mondo; e ancora e infine perché la mafia continua a compiere crimini efferati anche nel terzo millennio, ricordiamocelo.

Ora riparti a leggere quest’ultimo paragrafo, e leggi solo date e nomi delle vittime: sono scritte in grassetto. Apprezzane il ritmo, la cantilena, nenia funebre e funesta. Vivrai e afferrerai, per qualche breve momento, ciò che si vive ogni anno il 21 marzo nel momento in cui si leggono tutti i nomi di tutte le vittime innocenti di mafia.

Una lista ampia, certamente e tragicamente non esaustiva, delle sole vittime – registrate – del mese di gennaio. Si è tratto anche qualche spunto consultabile QUI e da QUI.

La proposta pare ben fondata e argomentata

Se avete giorni “migliori”, a voi spiegarli.
Se avete una proposta migliore per il nome della Giornata, fatevi avanti, condividetela.
Ma non si accetta un “no”.

Alla lotta alla mafia, all’antimafia, si può solo dire “”, anzi, “Noi sì”, perché la mafia si vince solo insieme: “è il Noi che vince”, dice sempre Don Luigi Ciotti. E quanta ragione che ha.

Questa settimana di più di 20 pezzi l’uno di seguito all’altro, con tante firme diverse, da tante realtà associative differenti, frutto di impegno, azione, studio di così tante persone – e così tante realtà associative che vi sono dietro e attorno – ne sono già prova inconfutabile.

“È il Noi che vince”, sempre.

Perché questo non resti solo un appello ai quattro venti, ecco il link per la petizione online che da qui e ora lanciamo “Per istituire la Giornata Nazionale dell’Antimafia”.

P.S.: sia ben chiaro che questa proposta nulla toglie e ovviamente non si contrappone alla “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie” che cade ogni 21 marzo, fissata per legge il 1 marzo 2017 dopo che dal 1996 Libera ha saputo imporre questa ricorrenza a tutto il Paese, al punto che giustamente Nando Dalla Chiesa ha evidenziato che è divenuta “nel tempo uno dei più grandi appuntamenti fissi scritti nell’agenda dell’Italia civile”.

Immagine di copertina:
Grafica wow agency


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