Il giornalismo e wall:out

wall:out: Oltre il giornalismo cosa c’è?

Per capire chi siamo, dobbiamo guardarci un attimo intorno. E devo dire che, a vedere chi ci circonda, siam messi piuttosto bene…

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È sempre difficile analizzare se stessi: non basta uno specchio grande come il mondo per superare i bias che si nascondono dietro i nostri occhi. E così vediamo immagini distorte su superfici riflettenti perfettamente levigate.

Noi di wall:out siamo reietti, lontani dalle tendenze e sempre fuori moda. È ciò un male o un bene?

La risposta è in fondo all’articolo che, tutto sommato, è un breve excursus sulla condizione del giornalismo odierno.

Comincerò l’introspezione guardando gli altri, concentrandomi sulle altrui pagliuzze, conservando gli stessi bias di prima ma sforzando lo spirito critico. Partiamo dai giornalisti, che non sono solo coloro che scrivono sui giornali. Vi sono giornalisti televisivi, giornalisti radiofonici e giornalisti web. 

Il giornale, pezzo di carta informativo distribuito quotidianamente, chiamato per l’appunto anche quotidiano, è prossimo all’estinzione.

Non è questa una profezia, ma un dato di fatto: il declino dei giornali, cominciato con l’avvento del web, ha subito un’accelerazione dopo la diffusione dei social media. Si pensi che in soli 7 anni (2013-2020) la tiratura dei quotidiani è dimezzata; la vendita dal 2011 al 2020 si è ridotta del 59%.

Calo delle vendite significa calo dei proventi pubblicitari, come analizzato nel rapporto sull’industria dei quotidiani italiani del 2019. Calo dei proventi significa ristrutturazioni e fusioni, fallimenti e acquisizioni: insomma, l’applicazione meticolosa delle regole di mercato che il capitalismo ci ha insegnato.

I grandi inglobano i piccoli, i piccoli si fondono prima di essere mangiati dai grandi, concentrando rapidamente potere e ricchezza in pochi e densissimi protagonisti.

E così, dice il rapporto, il 90% dei media americani di oggi è detenuto da 6 gruppi.

Negli Stati Uniti, il quarto potere, colonna portante nelle democrazie moderne, è detenuto da soli sei attori: un bel cambiamento rispetto ai 50 gruppi che negli anni ‘80 si contendevano il mercato delle informazioni.

Poche vendite, pochi gruppi, tanto potere: questa altissima concentrazione di potere ha saturato le democrazie occidentali. Gli editori sono diventati player strategici al pari di produttori di armi e di energia, attirando sull’editoria le attenzioni dei mega-capitalisti, ai tempi di Murdoch e Berlusconi, e dei giga-capitalisti al giorno d’oggi.

E quindi se, come in questi giorni, i poteri forti decidono di andare contro il Reddito di Cittadinanza, escono notizie di coraggiosi giornalisti che scrivono articoli intitolati:

Mancanza di personale? A Dubai il problema non esiste: – Qui non c’è il reddito di cittadinanza
La Repubblica / Il Secolo XIX / La Stampa

Notizia vera, nel senso che è stata davvero pubblicata, e caso vuole che sia stata pubblicata da quasi tutti i quotidiani più venduti in Italia, senza apporre alcuna obiezione. 

Per onestà intellettuale, riconosciamo l’eccezione del Fatto Quotidiano, unico quotidiano che talvolta prova a smarcarsi dallo sprofondare della stampa italica, anche se in questo caso strizzando un occhio ai propri lettori vicini alle posizioni M5S.

Mi permetto di fare io una piccola obiezione a questo articolo che, come tanti altri, demonizza il Reddito di Cittadinanza.

Chi lo demonizza sono sempre degli stessi editori: provate anche voi a digitare su Google il nome qualunque di uno degli editori, per esempio Rizzoli, e dopo Reddito di Cittadinanza, e vi sfido a trovare un solo articolo in cui questi venga difeso. Ma basterebbe anche meno, che non lo si accusasse di essere la causa principale della mancanza di lavoratori in Italia, a dispetto dei salari da fame, dell’oppressione fiscale, dell’incertezza della giustizia civile, del dramma demografico e dell’esodo giovanile. 

La mia piccola obiezione: “Se ci credete stupidi, andate a fanculo. Se ci volete stupidi, dimettetevi dal ruolo di giornalisti”.

Rispetto a un tale articolo, mi chiedo: è possibile cozzare con la logica ed essere tanto faziosi da riportare una simile opinione senza MAI e dico MAI citare il fatto che Dubai sfrutta sistematicamente gli schiavi come manodopera a basso costo? Che costoro sono alle dirette dipendenze del datore di lavoro, il quale ha il diritto di sequestrare loro il passaporto e di decidere sulla durata della loro permanenza nel paese? (City of Gold, City of Slaves)

Esistono ancora professionisti tanto liberi da credere che chi paga loro lo stipendio non li può comprare?

Il giornalismo e wall:out
Fonte: La Stampa

Nell’attesa di una risposta, assistiamo al fallimento dei giornali, ai quali segue il più lento fallimento dei giornalisti

La categoria, resistendo alla forza della volontà tecnologica che li vuole estinti, si è adattata all’ambiente virtuale senza troppi indugi. Il giornalista non scrive più gli articoli per la mattina successiva, ma per l’istante stesso in cui sta scrivendo: non è possibile fermarsi a riflettere quando c’è da cavalcare un’onda.

Peccato che con la tecnologia, però, succeda un fatto paradossale: più la insegui, più ti investe. E così questi articoli click-bait sono sempre più spesso prodotti da intelligenze artificiali che, in un battito di ciglia, stanno rimpiazzando senza alcun indugio questo lavoro di scattisti dell’informazione, con grande risparmio per le tasche di gaudenti editori (The Robotic Reporter).

Forse bisogna fermarsi un attimo a capire il ruolo del giornalista: dare informazioni o fare informazione?

Il primo mondo, quello anglosassone dell’oggettività dei fatti, a me ha sempre puzzato un po’. Riportare i fatti “così come sono” è una pretesa superba, tutta occidentale, di detenere la verità e saperla riportare per come è, secondo realtà.

Credo invece che sia molto più utile dare un contesto ai fatti e alle opinioni che ci circondano. Mi spiego peggio: si sta dibattendo se invitare o meno esponenti del governo russo che, senza sorpresa, portano in Italia la propaganda russa, o come dice qualcuno il punto di vista russo sul conflitto.

Ecco: io sto con chi invita a parlare Lavrov,  ma condanno chi non ne sottolinea la evidente e banale faziosità. Cos’altro può dire il Ministro degli Esteri di uno Stato autocratico in guerra, se non ribadire e riportare la propria propaganda?

Ma la faziosità, qui da noi, la fa da padrona.

I giornalisti di uno schieramento si pongono in contrapposizione con quelli dell’altro, si sfanculano come bambini, si listano come prigionieri e si marchiano come vacche da mungere. Tra colleghi.

La categoria dei giornalisti, con il suo vetusto e simbolico Ordine, è cambiata con la società e con i mezzi attraverso i quali oggi riceviamo le notizie. Ciò è successo durante il boom della televisione, nel quale il mondo si è ritrovato piuttosto fotogenico rispetto ai 4:3 in bianco e nero prima e ai 16:9 a colori poi.

Da una questione puramente estetica, che poteva piacere ai più e disturbare i pochi Eco in circolazione (Sulla televisione. Scritti 1956-2015), si è fatto poi un pericoloso salto epistemologico : tutto ciò che è in TV è reale e tutto ciò che è reale, per esser tale, deve essere trasmesso in TV.

Un esempio su tutti.

Pensiamo alle guerre: quante ce ne sono? Quante di queste sono quotidianamente nei nostri giornali? E quelle che non lo sono, possiamo liberamente dire che esistono, ossia che ci toccano, ci modificano i comportamenti o l’umore? Possiamo dire che, anche solo lontanamente, influiscono sul nostro lavoro, sulla economia personale, sulla nostra socialità? Oppure sono un problema da telescopio, potenzialmente visibile ma volutamente lontano dagli occhi e dal cuore?

Lo stravolgimento di cui sopra, teorizzato in anticipo sui tempi da Popper, è accaduto con una tale normalità che in televisione non distinguiamo più un conduttore da un giornalista, lasciando che Barbara D’Urso intervisti politici in perenne campagna elettorale, nei suoi programmi dalla luce intensa e dall’intelletto fioco, senza avere alcuna legittimità per farlo.

Si continua, peccando di perseverazione, a porre sullo stesso piano ospiti che non hanno lo stesso peso né la stessa conoscenza degli argomenti in discussione.

Si mettono nella stessa arena un gladiatore ed un leone affamato, a giocare la propria vita per avere un briciolo di autorevolezza più dell’avversario. Questo macabro circo è successo di nuovo: Borgonovo vs Mercalli.

Lo scienziato riporta pareri scientifici, provati e testati, confutabili sì, ma con altre teorie. Porta i dati dell’IPCC, porta la scienza in TV. Di fronte a lui si trova un giornalista che con tono ironico esordisce con qualcosa del tipo: “Qui a Trento fa fresco, non sentiamo il cambiamento climatico”. E giù risate della presentatrice, del pubblico, degli ospiti. Praticamente Don’t look up versione italiana.

Il giornalismo e wall:out
Fonte: Rai 3

Come mai giornalisti come Floris, Gruber e Vespa non dicono nulla a riguardo? Perché Giordano, Annunziata e Formigli non si ribellano a questo decadimento dell’informazione? Sono questi giornalisti, forse, consapevoli della pochezza morale e della corruzione intellettuale che la propria categoria ha raggiunto?

Io sono ingegnere. Non penso ci siano motivi di vanto in ciò, ma così è. Posso dire di esserlo perché appartengo a un Ordine, di cui condivido le regole e ne rispetto la deontologia. Se Marcuzzi, Bisio o Bignardi si permettessero di firmare un progetto, di costruire un ponte o di testare un nuovo veicolo, credete che io e i miei colleghi lasceremmo correre la cosa impunemente?

Il giornalismo e wall:out
Fonte: Emugifs

Influencer, opinionisti e sciacalli

Molliamo gli ingegneri, che poco c’entrano, e veniamo agli influencer, agli opinionisti, a tutti quegli sciacalli da salotto che cannibalizzano le notizie per risputarcele in faccia, sbavate dalla propria rancida ideologia.

Questi depensanti, su lauta retribuzione, vengono invitati a pontificare nelle televisioni e sui giornali, alternando una pelosa faziosità all’eccesso di ego, come se i media non fossero sufficientemente frequentati da disperati in cerca di un leader.

Mi chiedo: cosa spinge un conduttore, soprattutto se giornalista, a prendere sul serio una opinione? A cosa serve il titolo di giornalista a colui che non ha studiato che le opinioni sono cosa più dannosa che inutile e che prenderle sul serio “esercita su tutti i nostri comportamenti un’influenza esagerata, che è nemica della nostra felicità”. (A. Schopenhauer, L’arte di ignorare il giudizio degli altri)

Ma chissene frega della nostra felicità, se da questa non se ne può far profitto. Al contrario, l’opinione tende a orientare i profitti prima che i ragionamenti, a speculare invece che a investire.

E così viviamo sull’onda della notizia, dalla quale non si può scendere: non perché sia faticoso risalirci, ma perché non se ne scorge il confine.

E così oggi siamo su, domani siamo giù: senza traccia di passato, senza orizzonte di futuro. E così chi ieri stimava Putin, oggi non viene interrogato; chi ieri si indignava per le atrocità in Siria, oggi non prova vergogna a inviare carichi di morte verso l’Ucraina.

In questo infinito mare, la moda va e viene rapidamente: se ne rimani fuori, magari per provare a capirne qualcosa, verrai additato e criticato dai più perché estraneo a quella stessa moda che stai studiando.

E Cassandra sa bene che i reietti non li legge nessuno.

Noi di wall:out siamo reietti, esclusi da questa o quell’altra polemica che fa tanto hype: stiamo provando a comprendere perché cazzo vi ostinate tanto a litigare su un argomento che domani non ricorderete nemmeno più.

Forse è libero solo chi si pone in condizione di esserlo e noi, dal lato nostro, non abbiamo editori: chissà che ciò, in futuro, sarà superato o, perché no, imitato.

Immagine di copertina:
Foto di Marcus P.


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Laureato in Ingegneria Civile e Ambientale all’Università di Genova, si è specializzato in Pianificazione del Territorio all’Università Leibniz di Hannover. Socio fondatore e Project Manager dell’Associazione Culturale CDWR, attraverso la quale diffonde una cultura nuova di rigenerazione urbana.

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