Ladidà Italian Brasserie & Club, Genova

Ladidà, ovvero il senso del nuovo in città

A volte raccontare un ristorante è un modo per raccontare una città intera e le sue trasformazioni: è il caso di Ladidà, brasserie e non solo di recente apertura.

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C’è questa espressione, che circola spesso quando qualcosa di nuovo viene fuori in città. Voglio dire, quando qualcosa che è visibilmente differente dalle proposte consolidate e collaudate, si propone sulla scena urbana. La si può sentire in molti campi, ma sicuramente accade nel mondo dell’offerta culturale: dalla curatela artistica, all’offerta musicale fino al mondo della ristorazione.

Funziona così. Appena si scorge all’orizzonte un qualcosa che sembra una idea nuova, che si appoggia su criteri visibilmente altri rispetto a modelli già sperimentati, puoi cominciare a sentire questa espressione emergere gradualmente dal brusio di sottofondo, fino a percepirla sempre più nitida: “mah, chissà se funzionerà…”. Ha varie declinazioni, ma tutto si riconduce a questo: “mah, chissà se funzionerà…”.

A volte, da qui, dal punto di vista di wall:out, c’è l’impressione che tutto il futuro dell’offerta culturale genovese – ma non solo – tutte le concrete possibilità di scrollarsi di dosso antiche inibizioni ed equivoci, stiano tutte qui, nella possibilità di ribaltare radicalmente questo tipo di risposta automatica di fronte al nuovo. Per fare questo, bisogna dunque andare in cerca di un sostituto al consueto “mah, chissà se funzionerà”.

Qualcosa che racconti dell’emozione, del fascino, della bellezza e pure di quanto sia sexy immaginare il nuovo; senza mai dimenticare per un attimo la fatica e la sfida, il rischio e pure quella parte di follia che tutto questo si porta dietro. 

Ladidà, quasi un’esclamazione

In effetti, è proprio a partire dalla scelta del nome che bisogna comprendere il progetto di Ladidà, una di queste novità apparse sulla scena genovese da qualche mese.

Ecco, non bisogna pensare che sia solo un nuovo ristorante che ha aperto da poco in città. Non è neanche e solo l’idea di un salotto con distillati, biliardo e musica per il dopocena al piano di sopra del ristorante, che ci interessa raccontare qui. O la possibilità di una terza sala per riunioni private, meeting e banchetti.

Nessuna di queste tre cose, a conti fatti, potrebbe, da sola, rappresentare davvero qualcosa di altro, rispetto all’offerta culturale urbana. Non sarebbero, prese da sole, che tre belle idee di fronte alle quali pensare qualcosa tipo: “mah, chissà se funzionerà…”. 

Quello che, invece, ci piace raccontare qui è proprio il nome che tiene insieme le tre stanze con cui è stato pensato questo nuovo progetto, inaugurato lo scorso 25 gennaio, ripensando da capo i locali del ex Muà, in via San Sebastiano 13. Ladidà, appunto.

Un nome che intreccia insieme i tre diversi spazi della brasserie, del club per il dopocena e della sala riunioni, raccogliendoli in un comune accento che va in direzione opposta e sfrontata rispetto a qualsiasi approccio in stile “mah, chissà se funzionerà…”. 

Ladidà, infatti, è, a prima vista, una specie di esclamazione di fronte a qualcosa che aspira o pretende di essere qualcosa di più. Ora, visto dal lato del “mah, chissà se funzionerà…”, questo non può che essere il male peggiore: cercare di essere altro, invece che restare quello che si è (sempre stati). Il nome Ladidà, tuttavia, ci pare offra anche e soprattutto la possibilità di un punto di vista più luminoso: si tratta, infatti, di un nome che si offre come un’esclamazione alternativa e capace di nominare, di fronte al nuovo, l’emozione e il desiderio per quel gusto.

Insomma, guardandola con l’occhio di wall:out, è così che ci pare debba essere pensato e compreso questo nuovo progetto sulla scena genovese, curato da Thea Castagnetti, socia del gruppo Hotma Hotels.

È, quindi, con l’accento che racconta e conserva il nome Ladidà, che va fatta l’esperienza dei locali della brasserie. Per esempio, tutto questo è molto chiaro nel modo in cui viene pensato e realizzato il menù degustazione dallo chef – genovese di nascita – Gabriel Ulivieri, che dopo Svizzera, Spagna e Francia ritorna a casa, a capo di una brigata – super giovane – in cui ritrova la sua compagna pasticcera.

Lo stesso spirito, non a caso, lo si può ritrovare nella gestione della sala di Benny Abarbanel che con Les Rouges, come abbiamo già raccontato qui, rappresenta un altro importante modo di pronunciare le possibilità del nuovo nell’offerta genovese.

Vale la pena dirlo molto chiaro

Qui il punto non è tanto l’interesse gastronomico per lo stile della cucina, o la capacità di lavorare la carne o selezionare le materie prime e i produttori per la carta dei vini. Perché tutte queste cose ci sono eccome, insieme alla cura per il design dei locali o la selezione dei cocktail.

Ladidà Italian Brasserie & Club, Genova
Foto di Ladidà

Tutto giusto, ecco, e se cercate un bel posto da provare a Genova, avete capito che stiamo parlando di un ottimo indirizzo. Ma quello che davvero ci sembra che valga pena raccontare di Ladidà, così come abbiamo fatto per altri progetti culturali, è l’impressione che lì dentro, scritto nei caratteri dei menù, nello stile delle sedie e dei tavoli, nella selezione delle bolle in carta, nei movimenti della brigata che si intravedono dal pass della cucina a vista, nelle brevi chiacchierate con i ragazzi che si occupano del servizio e, infine, in nessune di queste cose da sola, ma in tutto ciò che le tiene insieme, ci sembra si trovi in filigrana l’intuizione di una parola che possa liberarci dalle quattro mura asfittiche dell’antico “mah, chissà se funzionerà…”. 

Cercare e raccontare queste possibili nuove parole, questo è certo, è uno dei compiti più belli che ci siamo dati qui a wall:out. 

Ladidà, ci pare, sembra essere una di queste.

Immagine di copertina:
Foto di Ladidà


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