BORDI | Il tempo gitano Home Edition

BORDI | Il tempo gitano Home Edition

I diritti dei popoli romaní appartengono a Genova. Tutelare una minoranza significa scegliere come guida la cultura e liberarsi dell’obbedienza.
31 Gennaio 2024
9 min
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Poserò la testa sulla tua spalla
e farò un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra diventi casa

Vocabolario essenziale della cultura romaní:

  • gagé, indica il non essere rom, cioè non appartenere alla dimensione romanì, pertanto i “gagé” sono “gli altri” per definizione;
  • Rom/zingari, alcuni autori, considerata la connotazione negativa assunta nella modernità dalla parola “zingari”, ritengono più opportuno utilizzare il termine “Rom” inteso in modo generale e includendo anche gruppi che si denominano altrimenti (in questo articolo l’uso del termine “zingaro” ha un valore di denuncia e/o di provocazione);
  • kampina, è la roulotte, la casetta in cui vive una famiglia rom;
  • porrajmos, dal romanès “divoramento”, è il termine più utilizzato per definire la persecuzione razziale contro il popolo Rom e Sinti attuata dai nazifascisti in Europa tra il 1934 e il 1945.

Via Romairone, Genova Bolzaneto. È la prima metà del mese di dicembre e torno in loco a osservare quello che ufficialmente si chiama campo sosta di Bolzaneto: si tratta dell’ultimo campo nomadi presente nel Comune di Genova, dopo che sono stati sgomberati definitivamente quelli di Via Adamoli (2015), in Val Bisagno, e di Via dei Pescatori (2006), alla Foce, entrambi abitati inizialmente da Rom Korakanè (letteralmente, “i portatori del Corano”; cioè di popoli rom di religione musulmana che sono arrivati in Italia principalmente come profughi di guerra: la Seconda Guerra Mondiale e quelle della ex Jugoslavia).

Il campo di Bolzaneto, costituito e costruito nel 1988, è abitato da Sinti, una delle etnie che appartengono alla comunità romaní dell’Europa, il cui nome deriva dalla parola indo-persiana “Sindh”, che indica la regione nella Valle dell’Indo e lo stesso fiume Indo “Sindhu”, nell’attuale Pakistan e India nord-occidentale, dalla quale questo popolo partì nel VIII-IX secolo d.C. verso Occidente.

Sono quasi tutti cittadini italiani, non hanno ‘problemi’ di lingua né di religione (a meno che non si voglia negare che nel 2024, in Italia, essere musulmani può essere problematico) e da secoli vivono sul territorio, visto che si hanno tracce di insediamenti nella zona – il vecchio borgo Romairone – continui nel tempo dal XV secolo.

Da antica tradizione romaní, il campo si trova sulla confluenza tra il torrente Burba e il torrente Polcevera.

Da moderna tradizione gagé, il campo si trova racchiuso tra la confluenza di via al Santuario di Nostra Signora della Guardia e via Romairone, entrambe strade ad alta percorrenza, non solo per il traffico polceverino, ma anche perché sono le strade di accesso e di uscita dei grandi magazzini che si trovano al di là del letto del Burba (L’Aquilone e la Metro).

Rom e Sinti. BORDI | Il tempo gitano Home Edition
Campo sosta di Bolzaneto. Foto di Mattia B.

Entro in uno dei bar lì intorno. Nell’attesa che l’acqua calda si trasformi in una delle pozioni più antiche al mondo, cerco una traccia, la testimonianza di una convivenza con gli abitanti del campo nomadi che si trova proprio lì di fronte.

Dove sono i protagonisti di questo racconto? Chi sono le persone che vivono oltre quegli ingressi videosorvegliati, dentro a cartocci di lamiere e vetroresina con parabola?

Non so cosa cercare e forse l’unica risposta non è cercare ma restare in ascolto, osservare i segni come il fondo di caffè sotto i miei occhi. Interpretare, non tradurre. Non so nemmeno, se alla fine di questo racconto, i protagonisti saranno i Rom di Genova oppure io.

Qualcosa di familiare

La prima volta che ho conosciuto il popolo Sinti ho scoperto che lo conoscevo da sempre, senza saperlo: lavoravo come cameriere in un locale alla Foce, avevo vent’anni, e quando la clientela iniziava a scemare, in seconda serata, arrivavano loro.

Decine di giostrai che dai baracconi (Luna Park delle festività natalizie a Genova) si spostavano in massa dentro al locale; a mangiare, a bere e a scaldarsi, fino a tarda notte. Mangiavano, bevevano e si scaldavano, molto. Erano tutti Sinti.

E io, ai baracconi, ci andavo fin da bambino, ogni anno con mio padre.

Così, nel 2009, non li ho conosciuti. Li ho riconosciuti. Come qualcosa di familiare e stagionale, come gli amici delle vacanze estive in campeggio, il sapore dello zucchero filato, la scelta del diario prima del nuovo anno scolastico.

Nonostante questa immagine davanti ai miei occhi – mentre scrivo – di tavole piene di giovani tutti sotto ai cinquant’anni vestiti alla moda, abbronzatissimi in pieno inverno, sempre sorridenti e con pochissima padronanza del galateo borghese, sento ancora le voci fuori campo, che li descrivevano semplicemente così: zingari.

Buoni per il conto. Ricchissimi e dissennati. Buoni una volta all’anno.

Se ci ripenso oggi, probabilmente, avrebbero potuto dire la stessa cosa di noi, dei gagé, che alle giostre spendono e spandono in prove di forza, in evoluzioni da corteggiamento come uccelli del paradiso, per noia o per costruire compagnie da quartiere.

Per me, comunque, erano tutto questo: di un vigore, di una bellezza e di una precocità che tra i gagé vedevo brillare solo nei giovanissimi di periferia (che frequentavano il locale prima di andare a ballare). Le ragazze erano di una bellezza rapida e feroce e i miei coetanei erano già donne e uomini, con i quali mi era impossibile trovare punti di vera relazione. Erano persone che lavoravano già da cinque o sei anni.

Sembravano le stelle delle notti d’agosto.

Quando nel 2020 mi sono ritrovato ad assistere allo sgombero di un campo Rom di Roma Nord, il quadretto era completamente diverso: kampine masticate dalle ruspe, qualche assessore in diretta social a riprendere il tutto, una famiglia ricoverata in un’aiuola di via del Foro Italico (uno dei due confini del campo insieme alla confluenza del fiume Aniene con il Tevere), che osservava la distruzione di quella che per generazioni di profughi di guerra, negli ultimi venticinque anni, era stata chiamata casa.

Un presepio, dove bestie e santi erano la stessa cosa e nessuno si scomodava a portare doni ai bambini nati sotto la scarpata di una tangenziale. Anzi.

Le stelle comete però, accompagnano ogni presepe: che sia sul lungo Aniene o la gola di Bolzaneto.

Rom e Sinti. BORDI | Il tempo gitano Home Edition
Roma. Foto di Mattia B.

Si tratta di edifici di culto.

A Genova, è il Santuario che raccoglie il maggior numero dei voti sacri e profani dei genovesi a osservare questa fettina di argine divenuto campo: a guardarlo con distacco – tecnologico – la sua forma ricorda in modo impressionante la Striscia di Gaza. E mi basta questa associazione libera per esprimere il giusto senso di colpa, mio e occidentale, rispetto al dramma che si sta consumando lungo le coste del nostro stesso mare.

A Roma, invece, la stella cometa è la Grande Moschea, costruita nella parete Nord dei monti Parioli tra il 1984 e il 1995 su progetto dell’architetto Paolo Portoghesi: si vede di sfuggita al di là delle fronde degli alberi e delle quattro corsie di Via del Foro Italico. Non è bastata questa presenza per impedire lo sgombero e la distruzione, nel 2020; ma bisogna amaramente ammettere che è una religione che gioca in trasferta.

Rom e Sinti. BORDI | Il tempo gitano Home Edition
I confini del campo sosta di Bolzaneto. Foto di Mattia B.

I Rom a Genova ci sono sempre stati e, ancora, ci sono. Qui vivono, qui tornano e ritornano. Si nascondono dietro ai loro stereotipi fino alla prossima caccia alle streghe poiché, come queste, fanno paura per la tenacia emancipatrice del loro essere. E anche loro, come le streghe e come gli ebrei, sono stati perseguitati, derubati e violati.

A Genova ci sono luoghi in cui gli zingari che rubano i bambini vivono all’ombra di tanti piccoli e freddi lumi. Li ho visti come indigeni in una riserva. Li ho visti spaventati nella disperazione di chi non trova un posto nel mondo e che piacciono al mondo solo se si tratta della bella Esmeralda nel Gobbo di Notre Dame.

E di questi luoghi, pertanto, non parlerò.

Anche i più fortunati, infatti, che ‘non hanno casa ma solo casette’, appartengono a una comunità che, in ogni caso, vive ai margini della periferia genovese e che, nei prossimi mesi, dovrebbe essere ulteriormente allontanata, questa volta lungo il torrente Secca al posto della rimessa degli autobus AMT, non senza criticità e problematiche (La Gronda sfratta il campo Sinti a Genova Bolzaneto, via libera del Comune al trasloco).

Ma allora, perché dovrebbe interessare al mondo gagé la vita e il destino di queste persone?

Non certo per il mito del buon selvaggio, tantomeno per muovere critiche a questo o a quel governo perché, in un’alluvione qualunquista, si può tranquillamente affermare che, a prescindere dai colori, la politica ha dimostrato – anche su questo tema – che al peggio non c’è limite: dalle bombe molotov lanciate ad Albaro e a Quarto Alta negli anni ’90 all’ultimo decreto “Sicurezza”, passando per simpatici post neolombrosiani di attuali candidati al parlamento europeo. 

La vita e il destino di queste popolazioni dovrebbero interessarci perché guardare un mondo che difficilmente si racconta ed è raccontato, significa comprendere meglio (o forse, comprendere davvero) il nostro mondo.

Il mondo gagé, che, al contrario, ogni giorno si iper-rappresenta per poter insistere su quelle dinamiche consumistiche e di obbedienza. Dinamiche che, a fine giornata, ci lasciano dormire sul velluto, anche se chi lavora è sempre più povero e lo sfruttamento delle povertà consente di legittimare guerre e distruzione. Umana, sociale e ambientale. 

Un popolo (e non una nazione!) la cui bandiera è composta dal verde della terra, il blu del cielo e da una ruota, simbolo del viaggio, della dromomania che ha contraddistinto la storia dei popoli romaní; simbolo che si ritrova, non a caso, nella bandiera dell’India, paese dal quale provengono anticamente queste popolazioni.

Rom e Sinti. BORDI | Il tempo gitano Home Edition
Bandiera del popolo Romaní. Fonte Wikicommons

Un popolo che può essere descritto attraverso fenomeni quali l’accattonaggio, i furti sui mezzi di trasporto, le roulotte in degrado, la chiromanzia e la magia.

Un popolo che può essere descritto attraverso maestrie quali la metallurgia (calderari), le arti circensi, la musica (lautari), l’allevamento di cavalli e bestiame (lovari), la chiromanzia e la magia (Principali gruppi Rom).

Un popolo genuino come i nostri nonni, che alla complessità del mondo ha saputo conservare alcuni valori e abbandonarne altri, con spirito critico. E laddove la risposta alla complessità è stata esclusivamente l’affidamento alla tecnologia, perdere le proprie radici e perdere sé stessi.

Come accaduto a noi. Come il treno, che doveva portare la modernità nelle campagne e invece ha portato via dalle campagne l’umanità, per cibarsene in città 

Un esercizio di riflessione

Parlare del mondo gitano è un esercizio di riflessione sul concetto di domesticazione: obbedire a regole fondanti sul lavoro salariato significa (o dovrebbe significare) vedersi garantiti i diritti alla salute, alla sicurezza, all’istruzione e allo sviluppo della propria persona.

Eppure abbiamo tutti la cicatrice addosso di quel guinzaglio chiamato obbedienza, a volte proprietà privata, tutti i giorni pedagogia dei corpi.

Ma uno zingaro non va a cavallo con l’etichetta di un inglese (William Blacker, Lungo la via incantata – Viaggi in Transilvania. Adelphi), un gatto non si lascia addestrare per riempire la pancia del padrone come un cane e gli zingari, come le meduse, possono essere visti ‘inutili e fastidiosi’ oppure sintomatici espressioni del nostro ambiente.

Il tempo gitano

Parlare del tempo gitano significa conoscere un popolo che non legava la concezione del tempo ai ritmi del lavoro subordinato, motivo per il quale i Rom, di solito, vivevano senza orologio, a differenza di chi vive nella società industrializzata. Questo, ovviamente, prima che le città iniziassero a masticarli.

Parlare dei nostri gitani significa tutelare una minoranza, perché ogni minoranza, anche la più odiata, è un patrimonio storico e culturale che arricchisce l’umanità.

Perdere una minoranza significa mettersi al guinzaglio di un unico pensiero, senza il privilegio di poter scegliere soggettivamente ciò che ci fa stare bene e ciò che ci ammala, condannandoci a subire quel che resta, e piangere quel che avrebbe potuto essere e non sarà mai. Semplicemente, chiedersi se siamo ancora essere umani, una volta tollerata la distruzione.

Il tempo gitano è un inno a non farsi addomesticare, a non obbedire alle ingiustizie, a non essere indifferenti all’odio.

Ormai è gennaio. Questo racconto, forse, più che parlare di me o del popolo Rom, parla del rapporto che c’è tra una maggioranza e una minoranza. Di chi esercita il potere e di chi, da questo, fugge.

Così, anch’io fuggo verso una speranza, dentro a un rifugio culturale.

Era il 1998 e Fabrizio De André, durante il suo concerto al Teatro Brancaccio di Roma, prima di cantare “Khorakhanè” (i cui versi aprono questo articolo), descrisse così “gli zingari”:

È un popolo, secondo me, che meriterebbe – per il fatto, appunto, che gira il mondo da più di duemila anni senza armi – meriterebbe il premio per la pace in quanto popolo. Purtroppo i nostri storici – e non soltanto i nostri – preferiscono considerare i popoli non soltanto in quanto tali ma in quanto organizzati in nazioni, se non addirittura in stati, e si sa che i Rom – non possedendo territori – non possono considerarsi né una nazione né uno stato”. 

Immagine di copertina:
Grafica wall:out magazine su foto di Mattia B.


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Mattia Battistelli, nato nel 1989 a Genova, dove vive felicemente, dove scrive appena può e dove lavora dopo una laurea in legge, un master in criminologia e un’abilitazione da avvocato. Ha realizzato insieme a due amici un progetto di ricerca, sotto forma di reportage narrativo, sulle carceri sarde: #SARDEGNA#. Scrive racconti, per unire la passione per le storie alla sua curiosità. Tutto questo lo fa muovere.

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