Non sappiamo quasi nulla degli ultimi 70 anni di Storia!

Un paese con una scarsa conoscenza del proprio passato prossimo è condannato ad avere anche scarsa capacità di interpretazione del proprio presente. Il problema è serio e va risolto. Frammenti di Storia prova a cambiare le cose con una petizione su scala nazionale.
21 Luglio 2023
5 min
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Quanti di voi possono dire di aver concluso il Liceo avendo affrontato approfonditamente a lezione diversi argomenti successivi alla Seconda Guerra Mondiale? Poche persone, davvero poche. Questo almeno è il percepito comune, ciò che emerge parlandone con chiunque faccia parte delle nostre cerchie di amicizie. Provate per credere.

Poi arrivano anche i dati, di tanto in tanto, a corroborare la tesi. E si sa, i numeri aiutano a inquadrare un contesto con maggiore chiarezza e precisione. Servono a inserirlo in una cornice capace di mostrarci il lato quantitativo di una questione.

Un paio di settimane fa, per esempio, sono stati pubblicati i risultati di un sondaggio parecchio interessante.

Skuola.net, un portale dedicato a studenti e studentesse del Liceo, ha raccolto le risposte di 1000 giovani che si apprestavano ad affrontare il loro esame di Maturità.

Ebbene, il 47% di loro ha dichiarato di non aver mai parlato in classe di eventi o periodi storici avvenuti dopo il 1945; un altro 27% ha affermato di aver raggiunto appena le soglie degli anni ‘70, non si sa con quanta approssimazione.

Dati alla mano, pertanto, almeno 7 maturand* (ormai maturat* si spera) su 10 non hanno ricevuto dalla scuola italiana alcuna nozione in merito agli ultimi 50 anni. Addirittura quasi la metà di loro nemmeno degli ultimi 70.

Quando ero uno studente al quinto anno di Liceo classico, mi ricordo, il mio professore di Storia era arrivato alle ultime settimane di lezioni con un ritmo serrato, per poter affrontare tutti gli “argomenti del programma” entro la fine dell’anno. L’esame di maturità si stava avvicinando a grandi falcate, con tutto il suo contorno di sfarfallii nello stomaco e tabelle di marcia. 

Peccato, peccato, che alla fine giunsi all’agognata tappa scolastica conclusiva sentendomi solido e preparato soltanto fino alla metà degli anni ‘40.

Dal dopoguerra in poi, invece, avevo in testa una bella infarinatura generale capace di farmi passare dalla miseria dell’Europa distrutta dalle bombe alla paura delle Twin Tower crollate a New York nel 2001. Attraverso pochi concetti, magari neppure direttamente collegabili.

Quindi sì, potevo tranquillamente inserirmi in uno dei due gruppi percentuali di cui sopra. E chissà quanti di voi con me. Sono certo di questo, è una delle poche cose per le quali metterei la mano sul fuoco.

Tuttavia ero tranquillo, perchè ehi, da prassi l’importante era arrivare alla caduta del nazismo e alle soglie del cosiddetto Piano Marshall. E fino a lì, devo dirlo, la preparazione c’era stata. Del resto quello era il target da raggiungere secondo le direttive ministeriali.

Poi l’università

Poi è arrivata l’università, con le sue promesse, le sue delusioni, i suoi saliscendi emotivi e i suoi punti di forza. E’ stato durante quegli anni che ho percepito via via un maggiore interesse per molte dinamiche legate alle relazioni internazionali, alle crisi diplomatiche, ai conflitti, a quella che viene volgarmente chiamata “geopolitica”.

E quindi è iniziato un lungo periodo di gestazione, durante il quale ho compreso lentamente le immense lacune che avevo su tematiche fondamentali quali le tensioni israelo-palestinesi, il mondo bipolare della guerra fredda, la nascita dell’ecologismo e di tantissime altre esperienze socio-politiche nate a partire dagli anni ‘60 e ‘70, il mondo nelle piazze nel 1968, le conseguenze di quelle stesse piazze, il piombo e il tritolo che hanno insanguinato l’intera penisola italiana e altri paesi d’Europa tra gli anni ‘70 e ‘90.

Probabilmente, con un po’ di impegno, potrei creare un articolo didascalico in cui semplicemente elencare quante cose avrei dovuto/voluto approfondire lì per lì, non sapendone abbastanza. Ma non sarebbe divertente leggerlo.

Ciò che conta, qui, è il concetto di fondo: gran parte di chi è nato negli ultimi 35 anni, oserei dire la stragrande maggioranza, non sa quasi nulla con precisione riguardo la seconda metà del XX secolo.

E io, che amo quel periodo storico a tal punto da trasformare questa passione in un progetto che mi consentisse di fare il Papà Castoro dei poveri (Frammenti di Storia, marchetta time), impazzisco quando sento frasi del tipo: “Eh ma voi giovani veramente non sapete niente degli Anni di Piombo!” oppure “Ma come fai a non conoscere (Tizia X paladina dell’ecologismo anni ‘70) o (tizio Y politico italiano degli anni ‘50)?!”.

Ecco. Iniziamo a scomporre questa narrativa fastidiosa e inclemente

Una premessa: se si trattasse di attualità il mio discorso assumerebbe tutt’altro tono, poiché in quel caso ritengo doveroso che ciascun* cerchi di mantenersi informat* sulle principali questioni (di certo oggi i mezzi non mancano, del resto).

Ma visto che si parla di 30, 40, 50, 60, 70 anni fa, ritengo assolutamente responsabile l’istituzione scolastica, prima di ogni altra struttura, di dover conferire gli strumenti per orientarsi, conoscere e approfondire personaggi e vicende che hanno popolato i decenni dal Dopoguerra in poi.

La volontà di affinare il proprio bagaglio culturale in autonomia, attraverso documentari, podcast, pagine di informazione e saggistica specializzata, è un momento che dovrebbe soltanto accompagnare una solida base di conoscenze messa a disposizione durante il percorso scolastico.

Il proliferare di nuove piattaforme di comunicazione ha portato con sé anche una notevole fioritura di content creators e pagine divulgative capaci di declinare con i nuovi linguaggi numerose branche del sapere, compresa la Storia e le relazioni internazionali.

Non è però giusto che sia delegato a loro l’insegnamento di tutti gli eventi importanti accaduti dal 1945 in poi. Possono certo rappresentare uno strumento didattico, un supporto fresco e dinamico per le scuole (da sfruttare appieno!), ma non devono sostituirsi ad esse. Questo è fondamentale sottolinearlo.

La petizione

Personalmente, le percentuali venute fuori dal sondaggio condotto da Skuola.net non mi hanno sorpreso. Tutt’altro. Purtroppo sono numeri che ben rispecchiano il percepito comune di cui si parlava all’inizio. Tuttavia trovo necessario che si dia una risposta, non c’è più tempo per aspettare.

E’ importante trasformare questi dati preoccupanti nello slancio utile per cambiare le cose. E’ quanto mai fondamentale che si inneschi un dibattito a ogni livello sulla questione. E’ proprio per questo motivo che Frammenti di Storia ha deciso di fare un passo in avanti e lanciare una petizione su scala nazionale.

L’obiettivo è raccogliere 100.000 (centomila) firme per sensibilizzare sul tema e interpellare direttamente il Ministero dell’istruzione e del merito italiano, affinché si prenda seriamente in considerazione la possibilità di aggiornare l’insegnamento della storia contemporanea nei Licei e negli istituti professionali, dato che al momento si palesa una certa confusione per quanto concerne il dopoguerra.

Il target quantitativo è assai elevato, lo sappiamo, ma riteniamo con convinzione che sia una battaglia nell’interesse di chiunque.

Per questo motivo, vorremmo coinvolgere quanto più possibile le comunità giovani e meno giovani verso l’apertura di una discussione profonda al riguardo.

Nella fase preparatoria della petizione, innumerevoli volte, ho preso coscienza di quanto l’argomento sia di interesse trasversale; il supporto della causa è capace di travalicare le classi generazionali e geografiche, mettendo d’accordo maturandi, under 30, over 50 e anziani. Studenti, lavoratrici, insegnanti e divulgatori. E dunque, questa volta, anziché farci spettatori e spettatrici passivi, vogliamo farci megafono e urlare con voce vibrante la nostra intenzione di ricevere una formazione scolastica maggiormente adeguata alla contemporaneità.

Al link qui sotto potete trovare la petizione, da firmare e da far circolare alle vostre cerchie di conoscenze:

Voglio concludere questo articolo accorato con una riflessione

L’esperienza ormai quinquennale con Frammenti di Storia mi ha permesso di imparare moltissimo e di recuperare in parte le voragini che avevo riguardo la conoscenza degli ultimi 70 anni di Storia. Ma soprattutto mi ha concesso il privilegio di apprezzare quanto interesse possano suscitare dinamiche e processi culturali che magari oggi diamo per scontati ma che negli anni ‘50 o ‘60 erano ancora all’avanguardia.

Comprendere i passi immediatamente precedenti all’epoca che ci troviamo a vivere ogni giorno, è un esercizio efficace per ricostruire il principio di causa ed effetto di numerosi contesti.

Non ho mai sentito forte come adesso il desiderio di impegnarmi per una causa. Spero che questo entusiasmo possa portare quantomeno a un dibattito esteso. Più se ne parlerà, più ci sarà pressione sulle istituzioni preposte affinché possano venire apportati miglioramenti sostanziali. 

Chiudo con una battuta, se me la consentite: che questa storia possa avere un lieto fine!

Immagine di copertina:
Foto di Ivan Aleksic


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