LABIBA | Gaza e i Partiti UE

LABIBA | Gaza e i Partiti UE

Il conflitto a Gaza evidenzia le divisioni interne dell'UE e le risposte disomogenee della popolazione, come mostrato dalle ultime elezioni europee.
7 Luglio 2024
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Il conflitto a Gaza ha messo in evidenza le profonde divisioni all’interno dell’Unione Europea, sollevando dubbi sulla capacità di esercitare il cosiddetto “soft power” – un’influenza che per lungo tempo è stata il punto di forza dell’UE come modello di potenza civile. 

Nonostante l’UE, con i suoi 27 membri, non possa risolvere autonomamente un conflitto complesso come quello israelo-palestinese, la discontinuità delle risposte diplomatiche degli Stati Membri e la mancanza di una posizione coesa e decisa accentua la percezione di una politica estera incerta e riluttante.

Questa disunità non è nuova, data la natura della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) dell’UE, un ambito in cui le competenze rimangono saldamente nelle redini degli Stati membri, fortemente legate alla sovranità nazionale.

Durante il suo discorso di insediamento, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, aveva sottolineato l’urgenza di riformare i processi decisionali in materia di politica estera per garantire una maggiore efficienza e coerenza.

Tuttavia, il Trattato di Lisbona vincola, tuttora, ancora l’unitarietà delle decisioni al consenso unanime dei membri dell’UE, complicando il raggiungimento di una posizione condivisa.

In questo contesto, il Parlamento Europeo, pur non avendo un ruolo decisionale diretto in politica estera, esercita una funzione di significativa influenza attraverso il diritto di essere informato, consultato e di esprimere raccomandazioni. Viene, infatti, consultato regolarmente dall’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza comune, che deve tenere in considerazione le sue opinioni.

Se, dunque, le elezioni europee dell’8 e 9 giugno hanno evidenziato una crescente popolarità delle forze di destra e centro-destra nella quasi totalità dei Paesi dell’UE, diventa interessante esaminare, partendo dall’Italia, le posizioni dominanti espresse nei programmi dei principali partiti di maggioranza – che contribuiranno alla strutturazione del nuovo Parlamento Europeo – riguardo al conflitto israelo-palestinese.

Si suppone, infatti, che tali orientamenti politici potrebbero influire o mediare sull’orientamento generale dell’UE riguardo il conflitto.

Più di tutto, però, offrono una finestra vivida sulle correnti di pensiero dominanti nell’opinione pubblica europea riflettendo, quindi, il modo in cui i cittadini europei stessi percepiscono e si rapportano a questa delicata realtà geopolitica.

Partiti eletti in Italia: quali posizioni sulla Palestina?

L’Italia, con la sua variegata rappresentanza politica, offre uno spaccato interessante delle diverse prospettive dell’opinione pubblica italo-europea riguardo alla guerra israelo-palestinese.

Ciò che appare evidente, in questo caso, è la discrepanza tra le posizioni riconducibili al centrodestra, a favore di approcci più cauti, e quelle caratterizzanti il centrosinistra e sinistra, che promuovono un intervento maggiormente attivo, citando anche e più volte la necessità di riconoscere lo Stato di Palestina.

Di seguito vengono elencate le posizioni dominanti delle forze di maggioranza.

Fratelli d’Italia (FdI) – 28,81% dei Voti

Fratelli d’Italia, il partito del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha conquistato la maggioranza dei voti. Nel loro programma, la questione del conflitto in Medio Oriente è menzionata solo marginalmente.

Nel capitolo intitolato “Forte, libera e sovrana”, si legge:

“L’Europa ha accumulato un ritardo nello sviluppo di una vera politica estera e della capacità comune di difesa che le attuali minacce internazionali ci chiedono di recuperare rapidamente.”

Sul conflitto tra Israele e Hamas, il programma sostiene di “proseguire nell’impegno a prevenire e risolvere ogni conflitto per il perseguimento del principio ‘due popoli, due Stati”.

Questo approccio moderato non specifica come l’UE potrebbe intervenire concretamente come mediatrice.

Partito Democratico (PD) – 24,05% dei Voti

Il PD dedica maggiore attenzione alla guerra a Gaza rispetto a Fratelli d’Italia. Nel loro programma, si criticano i governi di destra e conservatori per il loro “timido posizionamento sulla guerra a Gaza” e si avverte che questo potrebbe “impedire all’Europa di svolgere una funzione di stabilizzazione e di pace nell’area, condannandoci a una pericolosa irrilevanza.”

Il PD condanna fermamente sia l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, sia le violazioni del diritto internazionale umanitario da parte del Governo di Netanyahu, sottolineando l’importanza di trovare una soluzione pacifica al conflitto.

Movimento 5 Stelle (M5S) – 9,99% dei Voti

Il M5S adotta una retorica più forte rispetto ad altri partiti. Nel loro programma, si afferma che “l’occupazione della Palestina è illegale e impedisce qualsiasi opzione di pace”.

Per questa ragione l’Unione deve combattere mettendo anche in discussione l’accordo di associazione UE-Israele siglato nel 1995. Si insiste poi sulla necessità di riconoscere lo Stato di Palestina, chiamando anche l’UE ad un intervento più deciso.

Forza Italia (FI) – 9% dei Voti

Forza Italia esprime una forte solidarietà con Israele. Il programma enfatizza il sostegno a Israele nella “ricerca di una giusta pace con il popolo palestinese”, sebbene manchi di dettagli specifici su come questo supporto dovrebbe essere implementato.

Lega – 9% dei Voti

La Lega, non ha espresso proposte specifiche sul conflitto israelo-palestinese.

Alleanza Verdi Sinistra (AVS) – 6,73% dei Voti

Alleanza Verdi Sinistra si dedica, invece, il più ampio spazio alla guerra israelo-palestinese. Si promuovono l’adozione di misure immediate per un cessate il fuoco a Gaza e si sostiene il riconoscimento dello Stato di Palestina sui confini del 1967.

Inoltre, viene chiesto il rispetto del diritto internazionale e l’adozione di sanzioni contro le violazioni, crimini di guerra e genocidio, insieme alla sospensione delle forniture di armamenti che potrebbero essere usati nei conflitti.

E nel resto dell’UE?

Non mancano, nei vari Paesi UE, i successi dei partiti che hanno posto al centro la questione dei diritti umani in Palestina e la necessità di agire in maniera più decisa nella ricerca della pace.

Ad esempio, in Finlandia, l’Alleanza di Sinistra (Vasemmistoliitto) ha registrato un successo straordinario e imprevisto, ottenendo il 17,3% dei voti. Il partito si è distinto più volte per le sue proteste contro la guerra a Gaza e soprattutto contro la collaborazione della Finlandia con la violenza israeliana.

In Portogallo, il Partito Socialista è stato il più votato con il 32,1% dei consensi. Il partito ha focalizzato la sua agenda sulla lotta alla povertà e sulla riduzione delle disuguaglianze, ma ha anche dato voce alla necessità di un maggiore sostegno umanitario a Gaza e al riconoscimento dello Stato di Palestina.

In Francia, nonostante il trionfo del partito di destra Rassemblement National, che ha portato il presidente Macron a indire nuove elezioni nel Paese, c’è spazio anche per l’emergente partito La France Insoumise. Quest’ultimo ha ottenuto il 9,9% dei voti e ha visto una crescita significativa in alcune aree del Paese.

Di particolare rilievo è l’elezione di Rima Hassan, la prima deputata palestinese. Attivista instancabile, Hassan ha più volte, nel corso della sua campagna, denunciato con forza il genocidio perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza e ha dovuto affrontare accuse di “apologia del terrorismo”, pur avendo sempre preso le distanze da Hamas.

Dopo la sua elezione, Hassan ha dichiarato che il suo impegno a favore di Gaza e il riconoscimento della Palestina saranno tra le sue priorità a Bruxelles e Strasburgo.

Profonde divisioni

Dall’eterogeneità di questo quadro, si potrebbe supporre che la varietà di posizioni espresse dalle forze politiche che comporranno il Parlamento Europeo riguardo al conflitto israelo-palestinese rifletta profonde divisioni.

Con il proliferare di forze politiche più radicali e l’accentuarsi di posizioni più incisive su questioni internazionali, l’UE potrebbe trovarsi di fronte a un panorama politico sempre più complesso e frammentato.

Questo scenario non solo evidenzia delle sfide che l’UE potrebbe affrontare nel riformare i suoi processi decisionali per una maggiore coesione ed efficacia, ma anche come queste divergenze possano influenzare la percezione dell’UE come modello di “soft power” da parte dei cittadini e dei diversi Stati Membri stessi.

Le opinioni pubbliche nazionali e le posizioni dei partiti eletti nel Parlamento Europeo mostrano come questioni come il conflitto israelo-palestinese suscitino dibattiti intensi che possono plasmare significativamente la fiducia nel ruolo internazionale e nella capacità decisionale dell’Unione.

Immagine di copertina:
Foto di Christian Lue


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