Sinistra, elezioni Genova

30 giugno 1960: Ma che vuol dire oggi? Basta dire “sinistra”

Che senso ha oggi continuare a evocare concetti e date che nulla dicono alla maggior parte dell'elettorato? La parola “sinistra” oggi è vuota di significato.

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Il 30 giugno 1960 (articolo wall:out Genova. 30 giugno 1960) è una data cruciale nella storia recente di Genova: quante e quanti oggi lo sanno, ne conoscono il significato? Perché se lo sanno in poche e pochi, ha ancora senso celebrarlo? E con quali risultati?

Se e quando diciamo “Genova resiste ancora, viva il 30 giugno 1960!”, non sentiamo un’eco entusiasta in risposta, dobbiamo arrabbiarci o preoccuparci?

Arrabbiarsi credo, a mio avviso, sarebbe un esercizio percepito o da soloni o da boomer. Lo sappiamo benissimo che a scuola non si studia la storia recente. Bom, fine, basta, smettiamola di usarla come argomentazione.

Lo sappiamo anche che i partiti non fanno più formazione politica, vero? Quindi o si nutre una passione personale (che parte da sfogliare Wikipedia a consultare tomi e tomi storici), o queste cose non si sanno e non si possono sapere. Punto.

Preoccupiamoci allora

Ma non tanto del fatto che non si sappia. Ma del fatto che quando si dice “Evviva il 30 giugno 1960” si sta parlando a un popolo che non sa assolutamente cosa si stia dicendo. Un popolo che non può capire. Non può capire. Non sa cosa sia. Non sa cosa si stia evocando. Per quel popolo dire “30 giugno” o “1 luglio” è uguale: non vuol dire alcunché, è una data. Embè?!

La Sinistra, il Centro-Sinistra – con o senza trattino che sia –, il “Campo Largo Progressista”, chiamiamolo come vogliamo, la coalizione a sostegno del candidato Sindaco Ariel Dello Strologo che fa riferimento a un inquadramento storico “a sinistra” ha perso, incontestabilmente e chiaramente.

Non è forse anche perché – tra le tante concause, non che si voglia dire questa sia l’unica o nemmeno quella prevalente…– dire continuamente ai quattro venti “siamo di sinistra, siamo la sinistra” non vuol dire alcunché?

O meglio: può ben voler dire qualcosa, ma solo a chi di quel campo largo si sente già automaticamente parte. Solo a chi voterebbe “a sinistra” a prescindere e in partenza.

Perché, diciamolo: così è stato. Ha votato Ariel Dello Strologo (e la coalizione e le candidate e i candidati Presidenti nei Municipi) solo chi avrebbe comunque votato sinistra. Nessun voto in più. Nemmeno uno.

Questo popolo della sinistra che ha votato il Campo Largo Progressista sa cosa voglia dire “sinistra”, “progressismo”, magari anche “socialismo” e “socialdemocrazia”.

Ma che ci importa?! Voglio dire: per vincere  – o almeno convincere – non basta chiudersi nel proprio fortino, ma serve espandersi, quanto più possibile. E quindi parlare anche con chi non ti conosce o non ti ri-conosce più.

E chi non ti conosce o  non ti ri-conosce, non ti vota. E così è stato.

Può essere che uno dei problemi sia stato non aver saputo spiegare mai cosa voglia dire, oggi, nel 2022, a Genova, “sinistra”, “essere di sinistra”, “fare scelte di sinistra”?! Io dico, anzi affermo, con decisione: SI’.

Perché ha vinto Marco Bucci, il cui slogan più usuale, da cinque anni a questa parte è “non esistono destra e sinistra!”. Ha vinto lui. Con questo slogan e questa retorica.

Che invece è stata riconosciuta e capita.

È una palla colossale: certo che esistono destra e sinistra! Certo che ogni scelta, anche la più tecnica, è politica. Scegliere se rifare il manto di una strada o di un’altra è politica. Tutto è politica, la vita è politica. Aristotele diceva che l’uomo è “zoon politikon, cioè animale politico, sociale. Può forse Bucci smentire e rinnegare Aristotele? Ne ha sicuramente l’ardire, quindi forse è meglio non chiederglielo.

Però questo slogan falso ha avuto presa, forte e radicata, in tutta la città, a prescindere dai c.d. ceti sociali, dai quartieri, dal benessere e/o dal degrado, dai retroterra e dalle prospettive: ovunque ha comunque vinto questo slogan “non ci sono destra o sinistra”.

“Destra” e “Sinistra”

Forse perché oggi, nel 2022, a Genova, non si sa mica più cosa siano e cosa significhino e quindi cosa rappresentino e a cosa alludano “destra” e “sinistra”.

La prima, la destra, forse perché sa di avere ancora tanto di cui farsi perdonare. Proprio a Genova, proprio il 30 giugno 1960.  E allora per costoro è ben meglio tacere e lasciar cadere nel dimenticatoio.

La seconda, invece, la sinistra, ha forse peccato di superbia e presunzione? Forse, eh. Nel 2022 non c’è più nessuna città che possa essere definita una “roccaforte”. Ma per nessun partito, eh! Prendiamone atto!

Il voto è volatile, il voto è sempre più di opinione, si forma sempre più all’ultimo in prossimità delle votazioni ed è sempre più leggero e non curante del proprio mutare di elezione in elezione. Prendiamone atto.

Dire oggi “sinistra” ha senso solo per chi la sinistra la voterebbe anche se candidasse un pesce lesso. E se non spieghiamo cosa sia oggi “sinistra” non serve nemmeno candidare il Papa: non si vince nemmeno così.

Dire oggi “sinistra” suona più vuoto che vago per la maggioranza degli elettori e delle elettrici. O si decide di riempire di significato, di trovare e dare nuovo senso a quella parola, o altrimenti tanto vale non usarla o dire “badile”, “fioccina”, “abaco”: sarebbe egualmente inutile.

Un nuovo significato

Il primo impegno della “Sinistra”, del Centro Sinistra  – ora non mettiamo il trattino: pari e patta per le due correnti di pensiero! – , del “Campo Largo Progressista” sia quindi quello di tornare a riempire di significato, o forse ancora meglio dare nuovo significato, a quelle parole d’ordine che oggi evidentemente parlano a poche e pochi o pochissime e pochissimi.

Parole come “sinistra”, “resistenza”, “antifascismo”. Prendiamoci questo impegno: o le definiamo nuovamente, o le ri-spieghiamo, o diamo loro nuovo senso attualizzato nell’oggi, nel 2022, a Genova, o smettiamo di abusarne. Smettiamola.

Rendiamo onore a chi si è battuto attualizzandone il significato. Serve pensarci su, eh, sì. Non basta affidarsi agli slogan farlocchi, belli e buoni che acchiappano, eh, no.

Prendiamo quelle parole, care alla tradizione e alla storia, e diamo loro nuovo, rinnovato e attualizzato senso.

Vi prego.
E’ irrinunciabile ed irrimandabile.
Facciamolo.

Immagine di copertina:
Fonte Stampacritica


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