Per una reale politica della cultura: il lavoro nei quartieri.

Per una reale politica della cultura: il lavoro nei quartieri

Cosa abbiamo registrato nell’assemblea pubblica “uno spazio culturale nel centro della città”.
28 Ottobre 2026
8 min
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Lo scorso venerdì 25 settembre si è svolta l’assemblea pubblica Uno spazio culturale nel centro della città. È stato un confronto in forma di laboratorio a cui hanno aderito molti enti attivi nell’ambito della cultura declinata negli spazi cittadini.

L’iniziativa, organizzata da Wanda ETS e inserita nel Festival Divago, aveva l’obiettivo di far emergere una visione condivisa sul fare cultura nei quartieri dal punto di vista di chi gestisce spazi culturali, raccogliendone sia le istanze sia le potenzialità di sviluppo, con un’attenzione particolare ai soggetti under35.

Ne è stato scritto un report puntuale, che è accessibile e scaricabile al link qui sotto, e che è già stato sottoposto al Comune di Genova.

Per fare cultura nei quartieri bisogna avere un’idea di cosa intendiamo per “cultura” e cosa intendiamo per “quartieri”.

Poi, siccome non restiamo nell’astratta teoria, c’è tutto un discorso su come “fare”. Cosa lega insieme queste tre categorie è una precisa visione che ha molto più a che vedere con la politica di quanto vogliamo credere.

A essere scrupolosi, ed è quello che vogliamo, bisogna anche domandarsi la posizione del soggetto di questo “fare”, e quanto, e come, il verbo sia transitivo. È un’analisi logica del fare politico che richiede tempo e senso critico, tutte cose un po’ vintage, pare, ma i cui risultati portano senza dubbio ad azioni più radicate e durature (ed è quello che vogliamo per la nostra città).

I quartieri

Prima di ragionare su cosa intendiamo per cultura, che arriva un po’ come una risposta, concentriamoci su cosa è emerso in senso generale a proposito dei quartieri, dai quali parte la vera e propria domanda.

Nel centro storico il tessuto sociale è perlopiù disgregato, e questo è un grande problema: singoli cittadini che condividono bisogni e interessi, emerge dal nostro report, faticano a entrare realmente in dialogo tra loro.

Tra i temi fondamentali c’è la turistificazione (su cui molto si è già detto anche qui su wall:out Genova will never be Venice) che, con tutte le implicazioni economiche nell’immobiliare e nel carovita in generale, indebolisce progressivamente il tessuto sociale a vantaggio del transito temporaneo di comunità effimere, accomunate unicamente da interessi di consumo.

Altro tema è quello del degrado e della droga, che storicamente vede polarizzare l’opinione pubblica tra chi colpevolizza i soggetti “deviati” e chi imputa il fenomeno a pessime decisioni politiche e/o contraddizioni del sistema: in generale la risposta è una maggiore sorveglianza (come confermano  ancora le recenti decisioni del Comune), che mutua il tema della sicurezza nell’ambito della forza, dell’ordine e del controllo, occupando e presidiando i quartieri con le armi:

Che tipo di coesione sociale può svilupparsi in questi spazi?

Il bisogno, condiviso in assemblea, è quello di vivere in un tessuto sociale sano, che si riconosca in problemi e interessi condivisi e che, nel suo aggregarsi e vivere gli spazi collettivi, sappia arginare l’avanzata degli interessi privati e contenere le implicazioni del disagio sociale.

Un tessuto sociale coeso, infatti, funziona come “anticorpo” all’impoverimento dei quartieri, perché una comunità che si riconosce senza il controllo coercitivo di terzi (istituzioni, polizia), ma tramite l’operato della cittadinanza attiva e lo sviluppo di una “comunità educante”, cura il proprio quartiere e lo protegge, sentendosi parte di esso.

Più volte è stato ripetuto che “il gruppo abbatte i costi”: riconoscersi in una comunità consolidata e condividere con essa spazi e risorse è una strategia concreta per arginare alcuni dei danni del nostro sistema economico che rende sempre più costosa la qualità della vita.

E infine, teniamo conto di un ulteriore aspetto che è strettamente correlato con quanto visto: quando l’organizzazione opera nell’interesse del suo stesso quartiere o gruppo di appartenenza, e parte dal basso, vuol consolidare una comunità con uno scopo preciso: avere voce sulla cosa pubblica, per poter essere riconosciuti e ascoltati.

L’idea di cultura

È per i motivi di cui sopra che si riconosce, da parte di chi porta la cultura nei quartieri, l’importanza dei presidi fisici e la presenza continuativa di persone nei luoghi in cui si opera, come anche per le strade e le piazze del territorio.

La tipologia “casa di quartiere” sembra essere la più auspicata: luoghi dove viene abbattuta la separazione tra pubblico e privato, “micro presidi” capillari che fanno da ponte tra gli abitanti e il resto della città.

Lo sport e l’arte sono due declinazioni della cultura contemporanea cui si riconosce un forte potere aggregativo, e che per i presenti all’assemblea sono i punti cardine di un progetto nei quartieri che si possa dire efficace.

Cosa intendiamo allora per spazio culturale?

Uno spazio in grado di creare aggregazione, dove ci si possa percepire come una comunità. E la qualità della coesione che si crea è direttamente proporzionale al progetto culturale che permea e orienta tali spazi.

Questo è infatti il punto più rilevante, a nostro avviso: tutta la differenza, a questo punto, la fa la qualità della cultura.

Se la comunità si riconosce intorno a un’offerta culturale aggiornata e dinamica (non di nicchia), potrà riconoscersi pure nei valori che veicola, e sarà orientata ad agire nel rispetto di tali valori.

Ma è un fatto che nelle fasce più fragili della popolazione la cultura spesso non arriva, non solo perché non è accessibile economicamente, ma perché il tempo che le si potrebbe dedicare è generalmente dedicato alle difficoltà quotidiane: questo accade perché è ancora diffusa una cultura elitaria cui si riesce ad accedere intellettualmente solo dopo anni di studio.

Ci permettiamo allora una piccola inferenza a nome nostro che il tempo non ha permesso di far emergere chiaramente in assemblea:

occorre, in tal senso, pensare alla cultura meno come un oggetto freddo di studio e di erudizione, e più come un progetto caldo che vive nelle nostre città con linguaggi continuamente in aggiornamento e in continuo dinamismo.

Slegarla quindi dalla storia e agganciarla alla continuità del presente, solo così sarà più accessibile, come un terreno di condivisione di linguaggi e creatività. Perché la comunità che si crea attivamente intorno a interessi culturali contemporanei è una comunità giovane e aggiornata e potenzialmente abile a relazionarsi con altre comunità vicine e internazionali.

Come vanno le cose?

Esistono numerosi circoli, attività e associazioni che operano nel centro storico della città, creando eventi e momenti di aggregazione.

Spesso questi centri sono poco frequentati perché hanno grande difficoltà nel farsi conoscere e nel coinvolgere i possibili fruitori: ci sono più eventi che persone che ne fruiscono, e talvolta persiste una mancanza di collaborazione tra le varie realtà.

Perlopiù, ancora, ciò che risulta mancare a Genova sono le cose semplici: spazi slegati dal consumo, dove poter dibattere, ascoltarsi, studiare, leggere.

Si è discusso dell’esigenza di favorire un ricambio generazionale, per evitare che certi progetti sia culturali che di rigenerazione invecchino con i loro promotori.

Da qui l’importanza di guardare a una cultura contemporanea dinamica e in evoluzione, data la crescente urgenza di trovare strategie per coinvolgere i soggetti giovani, laddove, peraltro, la fascia Under35 su cui si sta ragionando è quella che a tendere avrà sempre meno disponibilità economica.

È emerso inoltre un punto di grande importanza: manca una scalarità nella gestione di progetti culturali in città.

Cioè, esistono spazi piccoli, dove in autonomia si iniziano a sviluppare progetti, ma non esistono luoghi di crescita, in cui poter proiettare il proprio impegno e il proprio lavoro.

Alto e basso della produzione culturale rimangono scollegati e viaggiano su binari differenti, e questo scollamento è un vero deterrente per chi dopo diversi anni di sforzi e lavoro volontario non vede prospettive concrete per far crescere i propri progetti.

Ma la difficoltà maggiore, che riassume tutte le precedenti, è quella di mantenere economicamente queste attività, fatto che naturalmente non permette di immaginare progetti a lungo termine e rende un po’ zoppi tutti i nostri tentativi di fare cultura nei quartieri.

Il sostentamento delle piccole organizzazioni che operano nell’interesse del tessuto sociale è un punto nevralgico poco attenzionato da Comune e/o fondazioni in Liguria, in merito ai quali faremo una riflessione sul finale dell’articolo.

I bandi che hanno come focus la partecipazione, in generale si rivolgono a enti più consolidati e hanno strumenti di misurazione dell’impatto che non tengono conto di quanto il tessuto sociale possa concretamente rinforzarsi sul lungo termine, perché vincolati a singoli progetti limitati nel tempo.

In aggiunta, si fatica perfino ad attivare gli spazi in maniera accessibile o agevole dalla burocrazia.

I diversi livelli della rete

È per via delle profonde difficoltà (sistemiche) che incontriamo nel nostro tentativo di fare cultura nei quartieri che serve provare a orientarsi verso una forma ibrida che in qualche modo permetta di sopravvivere senza trasformare le attività in piccoli “business”, assimilati dal sistema cui si cerca di fare resistenza.

Una forma ibrida che permetta il dialogo sia con il privato che il pubblico e che presupponga il sostentamento economico dei progetti attraverso più strade. Per la quale assume un enorme valore il fare rete, oltre che tra le persone dei quartieri, anche tra gli enti stessi, secondo lo stesso principio che “il gruppo abbatte i costi”.

Fare rete e soprattutto riconoscersi e organizzarsi in una forma più o meno strutturata con gli altri enti permette non solo di condividere spazi e risorse, ma di confrontarsi sull’andamento del proprio operato e, soprattutto, di assumere una posizione più chiara e solida nel dialogo con le istituzioni.

Un più efficace lavoro di rete tra spazi, proprietari sia pubblici che privati e chi offre cultura, permetterebbe di avere una sorta di “regia” che eviti sovrapposizioni tra eventi che insistono su pubblici simili e che sappia ricucire la frattura tra l’alto e il basso della produzione culturale cui abbiamo fatto menzione prima.

Una riflessione (non troppo) a latere

In assemblea è stato messo a tema il fatto che c’è molto patrimonio pubblico sottoutilizzato, in termini di spazi e di risorse, che potrebbero essere destinati a fini culturali.

Ma in linea generale risulta che i partecipanti prediligano dialogare e farsi sostenere dai propri fruitori piuttosto che dagli enti pubblici, che dipendono dalla “politica” e dalle sue fluttuazioni, cui si dà da tempo un’accezione negativa, talvolta anche più che ad alcuni enti privati.

La domanda che facciamo qui, allora, è relativa alla necessità da tutti palesata (anche da noi) di essere indipendenti:

Ma cosa è poi questo voler essere indipendenti? È davvero venire sostenuti dal proprio pubblico, finendo per perseguire i modelli di business che vedono la cultura più come un prodotto che un intervento?

Crowdfunding, tesseramenti, consumazioni e prezzi popolari entrano più o meno tutti in questa categoria: se si vuole crescere, lo si fa nella logica del profitto e della competizione.

Allora stiamo bene attenti a non confondere l’indipendenza economica da quella politica.

Ma anche in questo caso, occorre domandarci perché non vogliamo essere dipendenti e da chi: una generale sfiducia nella politica ci ha portato a ritradurre manieristicamente quelli che abbiamo visto nella storia come atti resistenza ai regimi totalitari in quella che oggi è una presa di posizione (forse un po’ miope?) contro ogni conformazione politica quale che sia.

Che in generale è naturalmente comprensibile, data la desolazione che abbiamo davanti, ma nelle posizioni che ricopriamo con i nostri lavori nei nostri progetti, sarebbe un po’ troppo semplice dirsi sfiduciati e lavarsi le mani del discorso pubblico, perché è proprio nel pubblico che lavoriamo, ed è proprio per il pubblico che abbiamo questa specie di vocazione.

E allora forse che è la volta buona che ci mettiamo anche a riconsiderare il significato stesso del concetto di “indipendenza” che sembra così tanto ormai, e sempre più, in odore di neoliberismo?

Il fatto è che i discorsi politici ci appartengono, e per quanto davvero poco abbiamo allo stato attuale, abbiamo il potere di costruirli e indirizzarli questi discorsi.

Certo, con il senso critico e il tempo necessari a fare quell’analisi logica del fare politico con cui abbiamo iniziato questo articolo.

Non è questione di fiducia cieca nelle istituzioni, ma è questione di riprendersi le risorse e gli spazi che servono per far funzionare le cose, spazi e risorse che, se vogliamo affrancare dalle barbarie del mercato selvaggio, possiamo solo trovare, o costruire, nella politica pubblica.

Immagine di copertina:
Assemblea pubblica. Foto di Kelly Studio


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