Humanitarian Response Plan

LABIBA | 2022 e bisogni umanitari in Palestina: una strategia programmatica

Con l’Humanitarian Response Plan, l’OCHA oPT detta la strada programmatica per una risposta umanitaria coordinata, integrata ed efficiente.

275 views
3 min

Una risposta coordinata, efficace e basata sui principi di umanità, indipendenza, imparzialità, neutralità; questo è l’obiettivo principale a cui rimanda il mandato dell’OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari. Un ruolo di coordinamento, come parte cruciale del Segretariato delle Nazioni Unite, volto a riunire gli attori umanitari operanti in una determinata area di intervento – siano essi agenzie ONU, NGO, organizzazioni locali – per assicurare una risposta coerente, integrata e onnicomprensiva alle emergenze e ai bisogni della popolazione colpita da conflitti e/o disastri naturali.

Nel 2003, a seguito dell’aggravarsi delle ostilità durante la Seconda Intifada (2000), l’allora segretario generale Ban Ki Moon approvò la creazione di un ufficio OCHA a Gerusalemme Est per il coordinamento umanitario nei territori occupati della Palestina (oPT, occupied Palestinian Territory), a cui fece seguito la creazione di uffici secondari sul campo nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania (Ramallah, Nablus e Hebron).

È proprio all’interno di questo meccanismo di coordinamento che si inserisce una pianificazione della risposta umanitaria che si potrebbe definire incardinata su tre pilastri fondamentali: chi interviene per rispondere, a quali bisogni precedentemente identificati, attraverso predefinite risorse finanziarie.

Come parte di questo ciclo di programmazione e implementazione della risposta, nel 2020 la comunità internazionale richiese espressamente un’analisi multi-settoriale dei bisogni della popolazione palestinese per informare il processo decisionale alla base dell’intervento umanitario.

Il risultato fu la conduzione del primo Multi-Sector Needs Assessment (MSNA) nel luglio del 2021, le cui conclusioni informarono la produzione dell’Humanitarian Needs Overview per il 2022, finanziato e pubblicato da OCHA nel dicembre 2021.

Secondo questa panoramica dettagliata delle vulnerabilità della popolazione palestinese, la prolungata crisi in Palestina è andata aggravandosi nel 2021 a causa degli 11 giorni di accese ostilità tra le forze armate palestinesi ed israeliane nel maggio del 2021 e da una situazione politica interna che risente ancora delle incertezze del programma elettorale per i prossimi mesi e dalla divisione e rivalità tra Al Fatah e Hamas – in una situazione generale dove l’impatto del covid-19 ha messo ancor più a dura prova un ambiente già fragile e volatile. 

Le conseguenze?

2.1 milioni di palestinesi ancora sotto la definizione di People In Need (PiN), persone in stato di bisogno, di cui la maggior parte residente nella Striscia di Gaza (63%) e in Cisgiordania (21%). Tra i bisogni essenziali menzionati dalle famiglie intervistate, quelli legati agli standard di vita (living standard) rimangono i più critici, seguiti da bisogni legati al benessere fisico e mentale e strategie negative di adattamento alle condizioni precarie di vita (negative coping mechanisms).

Per quanto riguarda i settori di intervento con le necessità più elevante, l’HNO menziona: protezione per 1.8 milioni di persone; sicurezza alimentare per 1.75 milioni; salute e l’accesso alle cure (1.5 milioni); carenze a livello idrico, fognario e di igiene (1.4 milioni); problemi legati a rifugi/ricoveri (shelter), prodotti non alimentari e educazione scolastica (579.000 persone).

Le risposte?

Nell’Humanitarian Response Plan per il 2022, il piano strategico per rispondere ai bisogni umanitari identificati nell’HNO, l’OCHA ha identificato tre obiettivi principali con il fine ultimo di offrire assistenza a 1.6 milioni di persone attraverso un finanziamento totale che ammonta a 510 milioni di dollari.

Innanzitutto, la protezione, il rispetto e la promozione dei diritti dei Palestinesi, in linea con i diritti umani internazionali e il diritto umanitario internazionale.

In secondo luogo, la fornitura di servizi base di qualità e un accesso migliorato alle risorse per il miglioramento delle condizioni di vita dei Palestinesi vulnerabili che vivono sotto occupazione e restrizioni.

Infine, un supporto a quelle strategie di adattamento precedentemente menzionate per permettere alla popolazione palestinese di far fronte alla crisi in modo più resiliente, mentre vengono cercate soluzioni alle violazioni dei diritti civili e alle cause di minacce e shock.

Dentro questa impalcatura programmatica e sotto il coordinamento di OCHA, organizzazioni internazionali e locali cercheranno di rispondere con progetti e programmi ad hoc alle vulnerabilità della Palestina.

Instabilità politica, limitato accesso alle aree di intervento per imposizioni governative o legate alla pandemia e un lacunoso supporto finanziario alla causa palestinese da parte di donatori internazionali, Stati in primis, potrebbero scalfire l’ambiziosa strategia progettuale. Il tempo dirà la sua, ma se si prendessero in considerazione tempestivamente azioni per mitigare queste problematiche, l’implementazione sarebbe almeno possibile.

In questo caso verrebbe messa in piedi una risposta coordinata, efficiente ed integrata, ponendo al centro dell’attenzione le necessità di una popolazione martoriata da più di 54 anni di occupazione militare e violazioni del diritto internazionale che attendono, ancora, una soluzione decisiva e definitiva.

Articolo di
Chiara Sinigaglia

Immagine di copertina:
Foto di Julie Ricard


Scrivi all’Autorə

Vuoi contattare l’Autorə per parlare dell’articolo?
Clicca sul pulsante qui a destra.


Labiba vuole essere un ponte tra chi vive e chi ascolta. Racconta la Palestina attraverso le storie e la ricchezza dei luoghi. Labiba è un luogo sicuramente lontano ma esiste e, non è solo occupazione militare del suolo, ma anche land grabbing, water grabbing, sfruttamento delle risorse e dei lavoratori.

Articolo Precedente

Se abbiamo capito che tutto è storia, raccontarla è la più umana delle attività

Prossimo Articolo

Accogliere in casa *qualsiasi* profugo: l’attivismo di Refugees Welcome Italia

Ultimi Articoli in Medium