Segni inconfondibili di un Genovese

5 segni inconfondibili che sei un genovese d’importazione

I dettagli che rendono riconoscibili i genovesi di seconda o terza generazione. Piccoli luoghi comuni un po’ veri.

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Non importa che tu non abbia mai messo piede oltre La Spezia, né che tu sia nato all’Evangelico da genitori nati all’Evangelico: il sig. Parodi, che sia il tuo vicino di casa, un conoscente o il tizio seduto di fronte a te sul treno, ha un fiuto eccezionale e non potrà sfuggirgli che sei “diversamente genovese”.

Ecco i cinque segnali che ti tradiscono e che ai suoi occhi ti faranno essere sempre un foresto.

  1. Le tue vocali sono troppo aperte o troppo chiuse. La coccina confonde l’interlocutore inesperto, ma non basta: che tu dica “pèsto” o “Séstri”, gli strascichi dell’inflessione regionale della tua famiglia riemergono subdolamente e ti fanno uscire allo scoperto.
  1. Sei troppo socievole. Hai dato retta alla signora che attaccava bottone alla fermata dell’1 o hai scambiato quattro chiacchiere col salumiere mentre affettava il tuo etto di Sant’Olcese: in entrambi i casi hai lasciato indizi determinanti all’abile Parodi.
  1. Hai troppi parenti. Presenti agli amici tuo cugino, ma si scopre che è una parentela di terzo grado? Mostri loro il regalo che ti ha fatto tua zia, ma in realtà è una prozia acquisita? La tua identità è rivelata. Per Parodi i parenti possono essere lontani solo se si tratta degli avi; ovviamente tutti genovesi.
  1. Fai inviti per il pranzo della domenica. Autogol fatale (o autoaffermazione consapevole): sarete a tavola in più di cinque, i tuoi ospiti verranno bombardati di domande, tuo nonno offrirà loro arance Washington e sulla tua fronte comparirà dal nulla la scritta “gabibbo”.
  1. Sei impegnato dal 24 al 26 dicembre. Niente baracconi a Santo Stefano: stai giocando a scopa con le carte napoletane mentre mangi frutta secca. Non importa se Parodi ti guarderà storto: da lì non ti muovi.

Immagine di copertina:
Foto di Valentina R.


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Dottoranda in filosofia e tutor didattica al Polo penitenziario di Marassi. Spera, dopo l’università, di tornare a scuola dall’altra parte della cattedra.

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