Mostra TRICOLORE 2022 di Luigi Christopher Veggetti Kanku. Castello D’Albertis, Genova.

NERE, ITALIANE E…FELICI! A Castello D’Albertis la mostra che uccide lo stereotipo

A Castello D’Albertis la mostra TRICOLORE 2022 di Luigi Christopher Veggetti Kanku fino al 12 febbraio.

961 views
4 min

Un’elegante signora si avvicina all’artista e piena di sorrisi gli dice: che bello, ho visto tanta sofferenza, tanto dolore. L’artista la guarda, perplesso, ma ringrazia con gentilezza e le stringe la mano.

Sembra una sciocchezza, questo incipit, ma è uno dei fulcri del mio commento alla mostra-progetto TRICOLORE 2022 di Luigi Christopher Veggetti Kanku in corso fino al 12 febbraio presso la sala polifunzionale e sala da pranzo estiva di Castello D’Albertis – Museo delle Culture del Mondo di Genova. 

Per l’occasione, l’artista nato a Kinshasa (Congo) nel 1979 e cresciuto in Brianza ha presentato diversi lavori: una serie inedita di puttini scultorei bimaterici con una parte frontale ruvida, in terra grezza, e una parte nascosta in bianco cemento, infanti innocenti che generano sempre simpatia per il loro “esotismo”, futuri adulti che invece chiameranno diffidenza e pregiudizio, opere digitali NFT proiettate, e dipinti su tela di grandi dimensioni raffiguranti volti femminili che visibilizzano quella minoranza – che è anche condizione – di italiane cosiddette afrodiscendenti, in teoria italiane, ma non per tutti, quello no. E talvolta neanche in pratica, visti i tanti ostacoli figli di leggi che non arrivano, chiudono porte, tagliano ali. 

Occhi chiusi, socchiusi, dritti verso i nostri, labbra carnose, espressioni serene, rilassate, talvolta forse sognanti, profili decisi o menti alzati con sicurezza, treccine acconciate.

Sono facce italiane, ma lette ancora come nuove e straniere e strane, dal latino extraneus, estraneo, diverso dal comune e dal normale, singolari al punto da destare stupore o almeno curiosità. E infatti, per questi volti che nascono e/o crescono qua, è quasi scontata la domanda: da dove vengono?

Perché tratti e colori (Kanku annulla parzialmente il gioco del colore verosimile e lavora principalmente sulle peculiarità dei tratti) non sono quelli che la società di oggi associa in modo spontaneo, naturale e immediato all’italianità. Anzi. Le chiamano “seconde generazioni”, una definizione ambigua e già vecchia, che rimanda a una fastidiosa idea di scale e di livelli e che per altro inserisce in un unico calderone una serie di esperienze, percorsi e condizioni, anche in termini di diritti, molto diverse.

Seconda generazione rispetto a cosa? Chi non è una seconda generazione? Quanto bisogna andare indietro per rivendicare un diritto, quanto bisogna andare avanti per lasciare i confini delle radici come limite e lontananza e allungare i rami, fiorire, muovere i piedi? Nella trappola del “di dove sei?”, d’altronde, cadiamo davvero tutti e tutte.

A colpirmi, mentre visito la mostra, sono diversi elementi

Il primo è la scelta chiara del figurativo e del realismo, una scelta espressiva di gusto, stile e ispirazione, ovviamente. Certo, però, aiuta a riflettere su un aspetto: in Italia è ancora forte la disabitudine a vedere in una sala museale il ritratto di un volto che si allontana dagli stereotipi visivi occidentali. Ancor più raro è trovarlo sganciato dalla retorica della denuncia.

L’appropriazione di uno spazio ancora in parte precluso, di una narrazione ancora minoritaria, è interessante. C’è la questione del riconoscimento, dentro. Ti riconosci? Da qua passa anche l’identificazione e il sentirsi veramente parte di una dimensione sociale.

Kanku racconta che durante l’esposizione della mostra presso la Reggia di Venaria una ragazza gli ha confidato di essere felice di vedersi finalmente rappresentata. Dite che è una banalità in un modo che fatica a immaginare perfino una creatura d’invenzione come la Sirenetta con un tono di colore in più?

“Anni fa una mostra di questo tipo era impensabile. Se non sei rappresentato, non esisti. O mi sbaglio? la rappresentazione rende tangibile”, afferma l’artista.

Lascio aperta la riflessione, sottilissima.

A proposito di narrazione, torniamo all’incipit. Quando parlo di “narrazione minoritaria” intendo sottolineare come troppo spesso si parli, anche nell’arte, di persone nere secondo poche e limitanti prospettive, ovvero quella della vittimizzazione, quella della irregolarità o illegalità, quella dell’eccezione che fa la differenza (ha salvato qualcuno, ha vinto questo, è riuscito a fare quest’altro…), quella della lotta antirazzista – ehi, sapete vero che essere nere non significa automaticamente lottare contro il razzismo così come essere donne non significa di per sè avere a cuore la causa femminista? – o quella del dolore. Ecco, Kanku con la sua mostra racconta una storia diversa, quella di persone che sono persone, punto. Che non si trascinano necessariamente sulle spalle e nei volti il peso di sofferenze e battaglie. 

Uno dei volti di ragazza proiettati è quello di un’adolescente; sorride mentre mostra la lingua beffarda, indossa un apparecchio per i denti, perché sì, anche una ragazza nera può permetterselo e può volerlo portare, e la lingua è dipinta con il tricolore, perché sì, è italiana e parla la lingua italiana. Sorprende? Vuole affermare un’identità senza rinnegarne o abbandonarne altre possibili, del passato o del futuro. 

Un secondo elemento, quello del tricolore, che non a caso, credo, intitola la mostra

Costretto a essere oggi, il tricolore, baluardo del nazionalismo più becero, sempre più abbandonato nelle mani di chi vuole farne bandiera dei contro, dei no, dell’esclusione e dell’esclusività. Una storia tutta rotta e manomessa, che andrebbe ripulita.

La verità è che quei tre colori sono stati molto altro e che meritano anche la possibilità di sganciarsi da una lettura univoca per evocare altro, perchè no, anche sano senso di appartenenza e di vicinanza a valori condivisi, ricordi, costumi, tradizioni, ribellioni, liberazioni ecc. 

Kanku vuole raccontare non tanto l’Italia che sogna o che verrà, ma l’Italia che già è, piaccia o meno a certa politica anacronistica e ammuffita. Io sono, io ci sono. E così gioca con il tricolore, se lo prende, e lo mette nelle facce, nei capelli, nelle bocche, pure nel titolo della personale.

Infine, le fonti

Tra le varie fonti, l’artista affonda le mani nel verismo italiano di fine ‘800 per reinterpretare in chiave contemporanea Le due madri di Segantini, ispirazione dell’intero progetto. Una fotografia nuova, nata come digitale NFT, che racconta un pezzo possibile di oggi.

Si tratta di pezzi, di puzzle compositi che vivono insieme in armonia, che rinunciano al vizio della sfida e della prevaricazione e offrono invece un senso di serena e vivace multiculturalità. Essere pluralità, dicono i pezzi, con consapevolezza. La pennellata è libera, è ricerca, è gesto che viaggia senza i limiti di velocità della precisione e più ci si avvicina alle tele, maggiormente evidente è la carica espressiva del segno. 

La signora guarda i quadri, vede la sofferenza, vuole vederla o forse se l’aspetta? Cosa vedono i suoi occhi, quando guardano? forse quello che è più abituata a vedere? Chissà. 


Info

Mostra visitabile fino al 12 febbraio 2023

Orari di apertura 
dal martedì al venerdì 10 – 17; sabato e domenica 10 -18. 

La mostra è visitabile liberamente con il biglietto di ingresso al museo. 

Costo: intero 6 €; ridotto 4,50 € ragazzi da 5 a 12 anni, over 65 anni (cittadini UE), convenzionati, disabili. Gratuito per bambini da 0 a 4 anni, accompagnatori disabili

Immagine di copertina:
Teenager, digital painting, NFT, 2021. Fonte Tricolore 2022


Scrivi all’Autorə

Vuoi contattare l’Autorə per parlare dell’articolo?
Clicca sul pulsante qui a destra.


Storica dell’arte e curatrice, scrive per la rivista d’arte “Juliet”, lavora nel settore comunicazione di Ce.Sto e Giardini Luzzati e per la redazione di Goodmorning Genova. Co-fondatrice di Progetto A (associazione che ha realizzato progetti di curatela e promozione artistica). Sempre attenta all’attualità, con una forte vocazione per il sociale, mente aperta e curiosa, cinefila e accanita lettrice. Femminista. Viaggia spesso, vive di arti e di relazioni sociali. Scrive, scrive, scrive -sempre, ovunque, comunque.

Articolo Precedente

Caro 2023, vorrei una società empatica, non meritocratica!

Prossimo Articolo

Ci ammazzano, ci stuprano, ci giudicano e ci educano. Ma ORA la storia deve cambiare

Ultimi Articoli in Medium