La prima di Tristan und Isolde – andata in scena venerdì 13 febbraio al teatro Carlo Felice di Genova – restituisce tutta l’ambiguità di un capolavoro che, sotto l’apparenza dell’amore assoluto, cela una dinamica profondamente politica.
Prima del filtro, prima del mito, Tristan und Isolde del compositore tedesco Richard Wagner è una storia di conquista e di scambio politico.
Un bottino di guerra
Il sipario si apre su una nave in tempesta. Non è solo il viaggio di Tristan, l’eroe, interpretato da Tilmann Unger: è il trasferimento di una donna da un regno all’altro, come pegno di guerra.
Isolde, interpretata da Soonjin Moon-Sebastian, che ha sostituito Marjorie Owens nella prima, attraversa il mare non per amore, ma per dovere. Non arriva in scena come amante, ma come bottino.
È una donna promessa, scambiata, trasportata come parte di un accordo politico tra uomini. È bottino di guerra, corpo simbolico su cui si scrivono alleanze e potere.
Non sceglie, non partecipa, non decide: viene consegnata come futura sposa al re Marke di Cornovaglia – interpretato da Evgeny Stavinsky.
È un personaggio piatto, gli altri decidono per lei il suo destino e, quando sceglie di assumere il filtro della morte per salvare il suo onore, non le è nemmeno permesso di diventare un personaggio a tutto tondo con diritto di decidere per sé stessa e la sua vita.
Wagner mette in musica un sentimento assoluto, ma lo costruisce su una dinamica di possesso.
La forza dell’opera sta anche nel fatto che il compositore tedesco non problematizza apertamente questa condizione, ma la assume come dato narrativo.
Ed è proprio questa “normalità” a risuonare con inquietante attualità, perché ciò che succede a Isolde non appartiene soltanto a un medioevo leggendario, ma a una logica che continua a ripetersi.

Il corpo femminile
Ancora oggi, nei conflitti armati, il corpo femminile è spesso strumento simbolico di dominio: violenze sessuali usate come arma di guerra, donne sequestrate e costrette a matrimoni forzati, riduzione della figura femminile a segno identitario da proteggere, controllare, possedere, punire.
Non si tratta di fatti marginali, ma di strategie riconosciute e documentate anche dai rapporti ONU.
In molte aree del mondo, dall’Ucraina al Medio Oriente, fino a diverse regioni africane, le inchieste internazionali mostrano come questo meccanismo venga utilizzato per terrorizzare le popolazioni civili, spezzare il tessuto sociale.
Il corpo femminile diventa campo di battaglia, messaggio politico, strumento di dominio, territorio simbolico: violarlo significa colpire l’identità collettiva, umiliare il nemico, affermare controllo sul territorio.
I dati internazionali confermano che la logica di dominio a cui Wagner allude non è un residuo del passato ma un fatto di cronaca attuale.
Nel 2024 le violenze sessuali nei conflitti armati sono aumentate di circa il 25% e più del 95% delle vittime sono donne e bambine.
In questo scenario, la figura di Isolde smette di appartenere al mito e si avvicina pericolosamente al presente. Come le donne nei conflitti odierni, anche nel racconto wagneriano la donna è consegnata a un destino deciso da altri, trasformata in strumento di dominio e negoziazione.
Cambiano i contesti storici, ma la logica resta: il potere decide, le donne subiscono. L’opera non racconta solamente un’eccezione romantica, ma anche una struttura di potere che attraversa i secoli.
In questo contesto, il filtro d’amore – spesso letto come apoteosi romantica – assume un significato più ambiguo. Non è solo l’espediente che accende la passione: è l’unico varco attraverso cui Isolde può sottrarsi alla logica che la governa.
Prima del filtro, la sua parola è rabbia e umiliazione; dopo il filtro, diventa desiderio.
Ma ciò non libera la principessa d’Irlanda, le offre solo una parentesi: l’amore tra i due nasce come atto di disobbedienza, ma si tratta di uno spazio fragile, notturno, clandestino. È un desiderio che non trova mai una dimensione pubblica e legittima.
La libertà, in Tristan und Isolde, non è mai un diritto: è una trasgressione.
La scrittura musicale di Wagner riflette questa tensione. L’armonia sospesa, il celebre “accordo di Tristan” che rinvia continuamente la risoluzione, costruiscono un linguaggio del desiderio che non può compiersi.
Non è soltanto un’innovazione musicale: è la traduzione sonora di un conflitto irrisolto, di un amore che nasce in un sistema che non lo rende possibile.
In scena
La produzione andata in scena al Teatro Carlo Felice e diretta da Donato Renzetti, ha restituito anche visivamente la sospensione e la fragilità di Isolde: un corpo che, come accade nell’attualità, resta intrappolato tra desiderio e dominio, libertà temporanea e imposizione altrui.
In questo senso, rappresenta tutte le volte in cui la pace viene firmata sopra il corpo di una donna, mentre il potere maschile si autocelebra come ordine naturale, eroico.
L’opera non denuncia apertamente questa dinamica, ma la espone con tale chiarezza impossibile da ignorare. A quasi due secoli dalla sua composizione, Tristan und Isolde continua a interrogarci.
Racconta uno degli amori più celebri del repertorio operistico, ma lo fa a partire da una dinamica di scambio e di possesso che non appartiene solo al Medioevo.
L’opera smette di essere solo teatro e diventa interrogazione etica, costringendoci a chiedere quanto sia davvero mutato il destino delle donne nei conflitti di potere, e quanto l’amore possa dirsi libero quando nasce dentro strutture che non lo sono.
Forse la modernità di Wagner sta proprio qui: nell’aver composto un’opera in cui il desiderio più assoluto non riesce a trovare spazio nella realtà.
E finché il potere continuerà a decidere sui corpi prima ancora che sulle scelte, quella tensione non smetterà di parlarci.
Immagine di copertina:
Tristan und Isolde. Fonte Wikimedia Commons
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