Avete presente quella credenza per cui gli Inuit hanno un centinaio di parole per dire neve? Forse non è vera o forse sì. Non importa, perché alle nostre latitudini, in questo periodo, è la pioggia a toglierci di bocca ogni tipo di epiteto, neanche troppo carino.
L’acqua provoca una reazione chimica per cui, a contatto con la strada, cementifica il traffico: la barriera di auto e moto si trasforma in un muro invalicabile tra sé e la propria casa.
Gli ombrelli cavalcano il vento come Daenerys Targaryen i draghi, ma a un certo punto prendono il sopravvento. Prima il vento, poi i draghi.
Così, sbocciano strani fiori colorati ai lati del marciapiede, dentro i cestini della spazzatura, tra le siepi di pitosforo, i petali di tela colorata e le spine di stecche metalliche e storte.
Grondaie di design fanno impallidire il milanesissimo bosco verticale con i loro genovesissimi fiumi verticali.
Poche le soluzioni, se non avere pazienza.
E conoscere il proprio nemico (L’arte della guerra, Sun Tzu).
Quando o Cielo o l’é ciùto, il cielo è chiuso, è cattivo presagio, sta per succedere qualcosa.
Non succede tutto insieme. Un brivido lungo la schiena, gh’é unn-a spezâ, si è rotto qualcosa, la crepa fa passare uno spiffero freddo. È il segnale.
Arriva la spersa, una pioggia tanto leggera quanto fastidiosa, che neanche sembra cadere dal cielo: sembra sparata in faccia da uno spray crudele. È una Bæxinn-a, una pioggerellina, una sproìnn-a, una spolverata d’acqua.
Non è piacevole, ma cavarsela con una leggera guazza, un po’ di umidità, non fa troppo mugugnare.
Ma un cambiamento d’umore del cielo ed è facile trovarsi, senza riparo, sotto una sgionfetta, un acquazzone improvviso, che scarica tutta l’acqua in pochi minuti. Lascia la città madida e perplessa.
Talmente in attesa di un’altra secchiata che i volti all’insù, a scrutare le nuvole, manco li asciughiamo.
Perché lo sappiamo, che sta per arrivare, la prossima ægoa a ramæ, pioggia a ramate, a raffiche. Con la sua imprevedibilità, non dà tregua. Vien giù a bolacchi, a dirotto, il vento le apre la via, percorre ogni direzione.
A l’é da arresciâ e andâ a Zena in scî barcón.
È da mollare tutto e andare a Genova in barca.
Quando il cielo si chiude, gli ombrelli si aprono, le strade si intasano.
Quando il cielo si chiude, Genova guarda verso monte, per vedere se il cielo è nero.
Quando il cielo si chiude, il mare si muove, ticchetta controtempo.
Ciêuve in sciö bagnòu.
E Genova balla, al ritmo dei clacson.
Immagine di copertina:
Foto di Elena G.
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