L'Amore per De André nei suoi testi

L’amore per De André: un viaggio nei suoi testi

A 23 anni dalla sua morte, il celebre cantautore Genovese dimostra di aver tracciato un solco indelebile nella storia del cantautorato italiano, oltre che nel cuore dei suoi concittadini, che oggi lo ricordano nella cornice di un passato che sentono ancora vicino.

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Sono molti i temi di cui De André tratta all’interno dei suoi testi, che tutti i genovesi amano definire “poesie”, quello che è certo è che ciò che più di tutto caratterizzò la vita del cantautore fu un amore incondizionato nei confronti della libertà, delle persone semplici che abitavano i caruggi della sua Genova, e dell’arte in tutte le sue forme. 

Ma come possiamo descrivere invece l’amore di cui il cantautore ci parla nei suoi testi?

Sicuramente si tratta di un amore fatto di contrasti, forte e logorante, effimero ma allo stesso tempo travolgente, insomma sono molti gli aggettivi con cui potremmo definirlo. Quello che è certo è che De André cerca più volte l’amore, per la precisione quello per una donna, dato che quello per la città di Genova lo ha trovato sin dall’infanzia, e rappresenta una delle sue più grandi certezze. 

È cercando questo amore che De André ragiona sul significato di un termine alle volte difficile da comprendere, e sulle mille sfumature che porta con sé.

Canzone dell’amore perduto

In “Canzone dell’amore perduto” (1966), dove traspare la malinconia di fondo dopo la separazione con Enrica Rignon, De André si rassegna al fatto che, lo si voglia o meno, l’amore è fatto così. È qualcosa che cattura nel momento in cui lo si prova, facendo scaturire un’immensa felicità, ma allo stesso tempo genera incertezza e malinconia, poiché non ci è dato sapere quanto esso effettivamente possa durare. 

E per descrivere questa malinconia De André usa la metafora delle rose, che da fiorite appassiscono, così come l’amore tra lui e la prima moglie. Il sentimento “che strappa i capelli”, ovvero quello fisico, che travolge con l’impeto della libido, del desiderio, è ormai perduto; manca l’essenza di questo amore così forte e sentito.

Rimane comunque un certo affetto, anche se velato, che nasconde la consapevolezza di essere stati bene l’uno per l’altra e di aver passato dei momenti indimenticabili e costruttivi per le vite di entrambi.

Essendo però l’amore come il vento, “sarà la prima che incontri per strada che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, per un amore nuovo”, insomma l’amore può far perdere la lucidità e portare ad amare erroneamente e solo per il desiderio di farlo anche una persona appena incontrata e forse non in grado di ricambiarlo. E così le viole e le promesse del vero amore diventano man mano un ricordo lontano, mentre si naviga verso nuove esperienze, nuovi amori, che prima o poi porteranno a provare forse qualcosa di ancora più forte di quanto si sia provato con il primo.

L'Amore per De André nei suoi testi
Fonte: Mimmo Dabbrescia © courtesy Archivio Prospettive d’arte

Amore che vieni amore che vai

Sempre fuggiasco l’amore descritto in “Amore che vieni amore che vai” (1966). Anche in questo caso il soggetto è un amore “come il vento”, che dura la bellezza di un secondo ed è bello perché breve, ma che fugge e fa provare dolore subito dopo. Il cantautore però è convinto che se l’amore provato fosse vero, un giorno entrambi gli innamorati si ricorderanno dei momenti passati insieme: quello stesso amore tornerà da loro e li riunirà.

Finito un amore si incontrano altre persone, con “occhi di un altro colore”, che “dicono le stesse parole d’amore”, ma De André vuole mettere in guardia, e dice che tra un mese o tra un anno anche questo nuovo amore potrebbe abbandonarci proprio come il precedente. 

Verranno a chiederti del nostro amore

Alcune volte poi la nostalgia è inutile, l’amore passato non ha senso di ritornare, è il caso di “Verranno a chiederti del nostro amore” (Storia di un impiegato, 1973). Qui, infatti, non c’è più la nostalgia che strappa i capelli, e l’impiegato dalla galera si rivolge alla moglie annunciandole che a breve gli inquirenti andranno a chiederle del loro amore.

Nonostante si pensasse che la canzone fosse indirizzata a Roberta, a cui Fabrizio era stato legato per un paio d’anni e a cui aveva dedicato la sofferta “Giugno ‘73”, si scopre successivamente che la reale destinataria fosse ancora una volta la prima moglie Enrica Rignon. Quindi, in una rassegnata malinconia, De André ammette che il lungo amore finito non ha lasciato tracce, dicendo “Non sono riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato lo sai”.

La donna che ha amato ora è vista come un’inconsapevole star, con desideri quasi irrilevanti, a dimostrazione del fallimento del loro rapporto. Insomma, una donna che non sa scegliere, che non ha un ideale per cui vivere, tanto che nell’ultima strofa, riferendosi direttamente a lei, De André le pone una domanda “Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?”

Ballata dell’amore cieco – o della vanità

L’amore, poi, è qualcosa che può spingere addirittura alla pazzia, come De André racconta in “Ballata dell’amore cieco – o della vanità” (1966). Il testo, che trae ispirazione dal poeta franco algerino Jean Richepin, parla di un amante tanto servile quanto idiota, che esaudisce tutte le richieste della donna amata fino a togliere la vita a sé stesso.

Il cantautore con la metafora sprezzante dell’uomo pazzo per amore vuole mettere in ridicolo questo tipo di atteggiamento, a ricordare che, nonostante l’innamoramento conduca alla follia e faccia perdere la testa, alcuni limiti non vanno superati, e occorre rispettare prima di tutto la propria dignità. 

L'Amore per De André nei suoi testi
Fonte: Cristiano De André, Facebook

Andrea

Infine, un ultimo testo dove De André ci parla di amore, e lo fa in modo superbamente velato, è “Andrea”. Si tratta di una canzone antimilitarista, che ha come sfondo l’amore omosessuale tra Andrea e il suo compagno di trincea, morto durante il combattimento.

Un ragazzo che soffre perché ha perso un amore che, oltre a essere difficile da vivere all’epoca, è stato soffocato e condotto alla morte dalla ferocia della guerra. Andrea così, afflitto dal dolore per la perdita, raggiunge un pozzo dove getta una ciocca di riccioli neri del compagno, prima di suicidarsi. 

Un duro attacco alla violenza militare e un significato di una profondità straordinaria. De André con questo quarto brano dell’album “Rimini”, in uscita nel 1978, vuole farsi portatore di un messaggio moderno, e tentare, attraverso la musica, di abbattere dei muri.

Durante il concerto del 1992 al teatro Smeraldo di Milano dirà:

Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, “Figli della luna”; quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay, oppure, per una strana forma di compiacimento “diversi”, se non addirittura “culi”. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese, a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza bisogno di vergognarsene”. 

Insomma, la lezione che De André ci dà sull’amore è agli occhi di tutti, e ancora oggi ha tanto da insegnarci. La sua è una presa di coscienza verso un sentimento difficile da comprendere e da raccontare, ma sicuramente anche un invito a viverlo fino in fondo, con tutta la gioia e il dolore che porta con sé. 

“E poi ad un tratto l’amore scoppiò dappertutto”

Immagine di copertina:
Fonte Mimmo Dabbrescia © courtesy Archivio Prospettive d’arte


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21 anni, studente al Politecnico di Milano, appassionato di arte, tecnica, storia contemporanea e politica. Irrefrenabilmente curioso, innamorato di Genova, del mare e della Liguria, che considera la sua prima casa. Ama leggere e scrivere, informarsi e divulgare.

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