BORDI | BnB Genova: bonifica-narrativa-bellica

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Bonifica narrativa della città di Genova, dove la guerra è stata prodotta, dove la guerra ha colpito e dove ancora brucia e sanguina.
13 Marzo 2026
14 min
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Agli operai fucilati a Milano per aver sabotato gli obici, hurra!

José Saramago, Alabarde alabarde

Fermo al semaforo di Via 16 giugno 1944, a Sestri Ponente, c’è un uomo, si chiama Artur Paz Semedo e, nonostante il verde sia scattato da qualche secondo, non riesce a partire.

Chi suona e chi impreca, tutti gli passano intorno come un buco nell’asfalto. Lui agita le mani, dice solo una parola, no, dice due parole.

Sono cieco.

Sì, è vero, qualcuno gli dirà di non preoccuparsi, che sono i nervi, che a volte lo fanno. Ma Artur Paz Semedo sa di navigare in una luce bianca improvvisa, di nuotare in un mare di latte perché è il suo soccorritore a dirglielo.

Non si preoccupi, venga con me, venga con me. L’uomo si mette alla guida dell’auto di Artur Paz Semedo che, essendo ora cieco, è in bilico tra fidarsi dell’uomo che lo ha soccorso e preoccuparsi per il reale fine del suo intervento; però, però non vede alternativa.

Signor Paz si fidi di me, sono io che l’ho creata, nel disordine dell’universo narrativo lei si è mescolato tra pagine non sue, è come una molecola che può diventare diamante o carbone, acqua che può svelare o coprire.

Dipende dai fattori ambientali, dalle condizioni che inseriamo nell’algoritmo letterario: le lettere possono essere simboli, versi o parole.

Io l’ho creata per portare un messaggio che sta tutto nel suo nome, come un Azzeccagarbugli o un Malavoglia, un messaggio come quello trovato dentro un proiettile inesploso a Madrid, durante la Guerra civile spagnola:

“Compagni: non abbiate paura. Gli obici che io carico non scoppiano. Un lavoratore tedesco”.

Sì buon uomo, sì, ma io sono cieco, vedo solo luce e non si attenua se chiudo gli occhi, se metto le mani così, davanti, e appoggia le dita tremanti sulle palpebre, fino ad impressionarsi toccando i bulbi. Io non ci vedo.

Paz, Paz Semedo, che bel nome portoghese che le ho dato, mi ascolti, sono i nervi, i nervi di uomo che vive nella contraddizione tra volere e potere; ora, mi ascolti, verrà con me per eseguire una bonifica-narrativa-bellica della città di Genova e nel frattempo, tu che leggi, se puoi vedere, guarda, se puoi guardare, osserva.

Una bonifica bellica

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Via 16 giugno 1944, Genova Sestri Ponente. Foto di Mattia B.

Il nostro benefattore parte lì dalla chiesa, nella via che ricorda quando, il 16 giugno del 1944, 1.500 operai giovani e in salute di quattro fabbriche genovesi (Siac, San Giorgio, Cantiere Ansaldo e Piaggio) vennero radunati dalle forze nazifasciste e caricati su treni speciali, destinazione Mauthausen, schiavi moderni dell’industria bellica tedesca, simbolo della vendetta contro gli innumerevoli sabotaggi e scioperi e guerriglie con le quali gli operai genovesi contribuirono alla Resistenza.

Mentre il povero Artur Paz Semedo si abitua a essere in balia delle curve per lui imprevedibili, si sente la sola voce di chi ha già scritto tutto, questo compreso, che spiega come funziona una bonifica bellica.

C’è un ufficio, l’Ufficio B.C.M. (bonifica di campi minati) del Reparto Infrastrutture del Ministero della Difesa, che analizza le probabilità di incontrare un ordigno bellico inesploso quando si realizzano dei lavori, e lo fa, dice il conducente, con diverse attività:

1) raccogliendo tutti i dati storici e documentali relativi alla I e alla II guerra mondiale relativamente ai bombardamenti del sito interessato dalla bonifica, da confrontare con i livelli di costruzione post bellica;

2) verificando la vicinanza a linee viarie, ferroviarie, porti o altre infrastrutture strategiche;

3) eseguendo, eventualmente, interventi di disinnesco, brillamento e rimozione degli ordigni bellici.

Vede, dice al cieco, noi adesso facciamo la stessa cosa, andiamo laddove le bombe sono cadute, incessanti come le onde del mare, le raccontiamo, quelle bombe, poi mettiamo un cartello conficcato per terra, ma c’è l’asfalto!, lo interrompe giustamente il cieco, non si preoccupi, sto scrivendo io, lo facciamo diventare terra, l’asfalto, così ci mettiamo un bel cartello: “Genova città denuclearizzata”.

Cosa ne dice, Artur Paz Semedo, magari questa volta lo diventa per davvero! Il cieco non sa cosa dire, vede solo luce, nemmeno un’ombra quando sente il fresco degli alberi o il rimbombo delle pareti di una galleria.

Timidamente, si volta verso il conducente, già che scrive lei, elemosina, non è che riesce a far qualcosa per i miei occhi?

Oh Paz, pazienti, lei mi serve così, pazienti. Ad esempio, se lei vedesse, non potrei raccontarle che ora ci troviamo davanti alla collina degli Erzelli, tra due caseggiati si vedono i palazzi d’affari che sembrano pietre preziose su un anello di potere: l’edificio più alto è quello della Siemens, oggi Siemens AG, multinazionale tedesca che si occupa di tecnologia e mobilità, un tempo (anche) Siemens-Schuckert, che negli anni ’40 decise di impiegare lavoro forzato preso dai campi di sterminio e soddisfare le esigenze produttive del Reich presso gli stabilimenti di Auschwitz-Borbek e di Ravensbruck, costruendo armamenti e fornendo materiale elettrico per la costruzione dei campi di concentramento e di sterminio nazisti.

Vede, Artur Paz Semedo, non è questione di banalità del male, è che nemmeno i soldi più sporchi, sotto il naso, puzzano.

Quante bombe sono cadute

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Collina di Erzelli da Sestri Ponente. Foto di Mattia B.

La macchina che porta questi uomini per le strade di Genova non sappiamo come sia fatta, se è grande e sicura o piccola e precaria, ma per la storia che raccontiamo è probabile che sia piccola, anonima e precaria, come l’esistenza dei più, se vista con gli occhi del globo.

A proposito di occhi, ora facciamo fatica a seguire le quattroruote che si infilano negli intestini proletari ripiegati tra il mare, i monti e gli scheletri industriali. Dove sono?

Ah, eccoli, borbottano da Via Soliman fino a Via Puccini, si fermano in Via Pionieri e Aviatori d’Italia, tirano un poco giù il finestrino, cosicché noi possiamo ascoltarli … ma lei ha presente quante bombe sono cadute qui tra il 1940 e il 1945?

Hanno distrutto tre quarti degli stabilimenti industriali che sorgevano qui, prima che si costruisse l’aeroporto: ora, questo triangolo, è composto da tre vertici, i cui nomi sono Piaggio Aerospace, Leonardo e Fincantieri.

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Collegamenti industriali a Sestri Ponente. Foto di Mattia B.

Lei, Artur Paz, nonostante il nome portoghese, ovviamente in questo racconto è un contribuente italiano, altrimenti funziona poco la struttura narrativa, però le assicuro che, nella realtà, le basterebbe essere un cittadino europeo per iniziare a preoccuparsi.

Leonardo e Fincantieri sono società a partecipazione statale, significa che chi decide come spendere i soldi di queste società è il Governo, attraverso i Ministeri competenti, e significa soprattutto che, quei soldi, sono i soldi che versa la cittadinanza ogni giorno nelle casse dello Stato, con i quali va avanti tutto: la manutenzione delle strade su cui corrono le ambulanze che portano i malati (anche senza documenti) in ospedali in cui lavorano persone che hanno studiato in scuole e università (anche se le famiglie non erano ricche).

Piaggio Aerospace non è una società pubblica, ma è stata così importante che il Governo italiano ha stretto un accordo con il Governo turco per dare il consenso affinché un’impresa militare turca (che fa droni da guerra), la Baykar MakinaSanayi Ve Ticaret Anonim Sirketi, la comprasse per costitutuire la LBA Systems (Leonardo Baykar Aerospace) per la produzione di droni in Italia, nello stabilimento di Villanova d’Albenga (SV), oltre che per la customizzazione dei droni Baykar con tecnologia Leonardo.

Ma questo, mio caro Artur Paz Semedo, è solo l’inizio, perché le multipersonalità di Leonardo e di Fincantieri sono più complicate dei vicoli di questa città, più nascoste dei suoi palazzi nobili. Seguimi.

Leonardo

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Leonardo, Genova Sestri Ponente. Foto di Mattia B.

Leonardo, società per azioni italiana il cui maggiore azionista è il Ministero dell’Economia e delle Finanze (30%), che nel 2024 è stata l’azienda italiana che ha esportato più armamenti con un valore di 1,8 miliardi di euro tra aerei, bombe, siluri, razzi, missili, apparecchiature elettroniche, munizioni, veicoli terrestri, e che nel 2025 ha venduto tutto questo anche al governo israeliano durante il genocidio palestinese.

Detiene:

  • il 100% di Iveco Defence Vehicles S.p.A., che produce carri armati, blindati e corazzati;
  • il 100% di OTO Melara, essendone confluita al suo interno nel 2016, storica azienda di produzione di obici e cannoni con sede operativa a La Spezia (SP) – Località Melara, oggi continua a produrre e a vendere cannoni e obici;
  • il 100% del Consorzio Iveco-Oto Melara, joint venture tra Iveco Defence Vehicles e Oto Melara, produce veicoli armati e obici;
  • il 50% di Leonardo Rheinmetall Military Vehicles (LMRV), joint venture fondata nell’ottobre 2024 con la tedesca Rheinmetall (e approvata dall’antitrust nel gennaio 2025), produce carri armati da combattimento, veicoli da combattimento della fanteria e altri mezzi corazzati, il cui sito produttivo principale è a La Spezia – Località Vallegrande e presso gli stabilimenti ex OTO Melara, di proprietà di Leonardo, ma sono nove le regioni coinvolte nella produzione per LMRV, compresa la Sardegna, dove la cittadinanza sta creando molti problemi alla Giunta regionale per l’estensione dello stabilimento di Domusnovas, nel Sulcis Inglesiente;
  • il 49% di OSN – Orizzonte Sistemi Navali S.p.A. (il restante 51% è dell’azienda pubblica Fincantieri), che progetta e realizza unità navali militari (corvette, fregate e portaerei), a sua volta parte del più ampio consorzio italo-francese Horizon Sas (50% OSN e 50% Armaris);
  • il 31,33% di ELT Group, che produce sistemi di guerra elettronica;
  • il 29,9% di Avio S.p.A. (fino al 1989 denominata Fiat Aviazione), opera nel settore dei lanciatori e della propulsione applicata a sistemi di lancio, missili e satelliti;
  • il 25% di MBDA, consorzio europeo per la costruzione di missili e tecnologie per la difesa, l’aeronautica, la marina militare e le forze armate terrestri, terzo produttore al mondo nel settore missilistico, ha una sede a La Spezia (SP) accanto agli ex stabilimenti OTO Melara;
  • il 21% di Eurofighter Gmbh, consorzio europeo che si occupa della produzione e dello sviluppo del caccia Eurofighter Typhoon;
  • il 15% di Panavia Aircraft Gmbh, compagnia multinazionale costituita con Regno Unito e Germania al fine di sviluppare e costruire il caccia Panavia Tornado.

Fincantieri

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Fincantieri, Genova Sestri Ponente. Foto di Mattia B.

Fincantieri, azienda pubblica italiana, controllata al 71% da Cdp Industria, che è la finanziaria di Cassa Depositi e Prestiti, società controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, nel 2024 ha venduto armamenti per 1,5 miliardi di euro (seconda solo alla cugina Leonardo), prevalentemente nel settore delle navi da guerra, che vende, tra i tanti Stati, anche ad Egitto, Libia, Venezuela, Stati Uniti, Emirati Arabi, Iraq.

La sua Direzione Navi Militari ha sede a Genova, alcuni cantieri si trovano in Liguria, a Genova (Sestri Ponente), a Muggiano (SP) e a Riva Trigoso (Sestri Levante, GE).

L’azienda pubblica detiene:

  • il 51% di OSN – Orizzonte Sistemi Navali S.p.A. (il restante 49% è di Leonardo), che progetta e realizza unità navali militari (corvette, fregate e portaerei), a sua volta parte del più ampio consorzio italo-francese Horizon Sas (50% OSN e 50% Armaris);
  • il 100% di Issel Nord S.r.l., con sede a Follo (SP), che fornisce supporto logistico integrato nel settore “Navi Militari”;
  • il 50% di Naviris, una joint venture creata con l’azienda francese Naval Group al fine di “rafforzare la posizione dell’Europa sul mercato mondiale della difesa navale, affrontando congiuntamente le offerte binazionali e di export, sviluppando programmi comuni a beneficio delle nazioni e delle marine militari di tutto il mondo”, con sede accanto alla stazione ferroviaria di Genova Brignole, in Piazza Borgo Pila 39;
  • il 25% di PerGenova Breakwater, consorzio costituito insieme alla partecipata WeBuild (per il 16,47% Cdp Equity S.p.A., cioè il Ministero dell’Economia e delle Finanze) per il 40%, Fincosit (25%) e Sidra (10%), per realizzare la nuova diga di Genova, dichiarata dual use (civile e militare);
  • la WASS Submarine System S.r.l, produce sistemi di difesa subacquei, progetta e realizza siluri pesanti e leggeri, sistemi di difesa antisiluro, sistemi sonar, sistemi di lancio per siluri e contromisure per navi e sommergibili.

La diga

Ecco, siamo proprio davanti alla vecchia diga ora, i due uomini corrono verso il centro, superano il Polcevera, probabilmente il conducente si volta a metà del ponte di Cornigliano, fissa dai suoi grandi occhiali a televisore l’edicola votiva che guarda il mare e protegge la valle.

È la valle dell’Ansaldo, questa di cui senti il vento salmastro, Artur Paz, una storia imprenditoriale che ha segnato il passo della città negli ultimi due secoli.

Una storia, aggiunge scorgendo già la Lanterna, segnata anche da tante, tantissime armi, una testimonianza raccolta da una decina d’anni dallo Stato per il tramite di Leonardo. (Articolo di wall:out Cannoni, aerei e produzione di guerra, quando l’Ansaldo conobbe il boom industriale)

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Stabilimenti Ansaldo, Genova Campi. Foto di Mattia B.

Dicevamo della nuova diga, lo interroga Artur Paz Semedo, e il conducente si desta da quello che, forse, era un nuovo incubo a occhi aperti, sì sì, giusto, la nuova diga di Genova, progettata per:

ottimizzare gli scopi mercantili delle banchine, in caso di crisi è utile perché consente lo sbarco di portaerei leggeri, navi Nato e strumenti e truppe

Lo ha detto il sub-commissario all’opera Carlo De Simone, così si contribuisce a raggiungere la quota del 5% del PIL in spese militari entro dieci anni, un impegno preso con la Nato in questi mesi di riarmo e che costerà quasi 70 miliardi di euro per ciascuna finanziaria per dieci anni.

Cioè circa settecento miliardi, cioè così 700.000.000.000,00 di soldi pubblici da spendere in armi o quasi armi.

Che ci protegga la Madonna di Cornigliano, aggiunge il passeggero mimando un corto segno della  croce.

Armi in porto

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Varchi portuali di San Benigno. Foto di Mattia B.

E la vuole sapere l’offesa più grande qual è, Artur Paz Semedo, che se è vero che chi comanda scrive le regole del gioco, è ancora più vero che davanti al denaro (glielo dicevo poco fa, non puzza mai) anche le leggi e i trattati internazionali si piegano.

La sente questa corrente? dice rivolto all’uomo che, stranamente, fiuta l’aria, come se il vuoto di San Benigno si percepisse annusandolo, e ha proprio ragione, Artur Paz Semedo, San Benigno si comprende con l’olfatto. Mi ascolta?

Sì, sì, gli risponde infastidito, forse già forte di un senso acuito, mi dica, e l’uomo prosegue frenando di colpo la macchina sull’asfalto segnato dai roghi recenti.

Qui sono più di dieci anni che i lavoratori e le lavoratrici genovesi rischiano la loro pelle, i loro salari e la loro libertà per fare rispettare una regola semplice: è vietato il transito di armi nei porti civili verso Paesi che violano i diritti umani e che utilizzino la guerra come risoluzione delle controversie internazionali (art. 1, comma 6).

Semplicissima, la legge 185/1990.

Ma, c’è un ma, ovviamente c’è un ma, Paz Semedo, lei è in Italia, in questo racconto: ma le aziende di tutto il mondo ci provano lo stesso e i padroni provano a forzare gli anticorpi fatti dai camalli e dalla cittadinanza, non dallo Stato, non dalle Forze Armate, non dalla magistratura.

No, a impedire alle armi di arrivare ai governi di Iran, Yemen, Israele, U.S.A., Russia, Turchia, Venezuela, Regno Unito, Germania, Francia, applicando una semplice legge dello Repubblica Italiana, non è lo Stato ma è lo sciopero della gente.

Benedetta da San Pietro, per carità – che ci protegga la Madonna di Cornigliano – lo interrompe Semedo, sì sì che ci protegga e che ci paghi anche dei buoni avvocati, ma c’è la povera gente qui davanti, qui sulla sopraelevata, qui tra il drago e gli yacht.

E hanno camminato, cantato, lottato e litigato, pronti a pagarne le conseguenze, che sono puntualmente arrivate, da parte dello Stato, delle Forze dell’Ordine, della magistratura.

Mi scusi, protesta Artur Paz Semedo, non generalizzi però… ha ragione, non dobbiamo utilizzare la loro stessa arma, risponde il conducente. Riscriviamola.

L’uomo ora parla guardando i denti del pettine del porto, pettine da riccioli, sostiene, e poi precisa: e hanno camminato, cantato, lottato e litigato, pronti a pagarne le conseguenze, che sono puntualmente arrivate, da parte di questo Governo.

Tra cui, provare a superare la legge 185/1990 perché è un ostacolo alla competitività delle aziende italiane che producono armi, così come la proposta di togliersi dai piedi la “questione delle banche etiche”.

A tal punto che corre il rischio, caro Semedo, di non leggere mai più relazioni annuali del Parlamento italiano sull’esportazione di armi!

Perché sono cieco, diavolo!, gli risponde seccato. 

E così l’uomo e Artur Paz Semedo cavalcano la sopraelevata, e parlano delle denunce contro i governi che hanno fatto, anche della guerra, un efficiente prodotto globalizzato, degli scioperi dei lavoratori e delle lavoratrici delle aziende di cui abbiamo letto poco fa, e il conducente glielo spiega citando Einstein (ora stanno passeggiando per Via San Lorenzo, in mezzo a migliaia di persone, tanto che non riusciamo a sapere di cosa è fatto il pavimento su cui camminano):

“Esiste, inoltre, un altro diritto umano che poche volte si cita, anche se è destinato a essere importantissimo: è il diritto, o il dovere, del cittadino a non cooperare ad attività che considera sbagliate o dannose”. 

È per questo che, insieme ai lavoratori, ha manifestato e scioperato la cittadinanza, di ogni età ed estrazione sociale, alcuni hanno rischiato la vita per lo sciopero della fame che hanno deciso di utilizzare come disperata ultima arma, ormai privati anche della libertà di associarsi e di manifestare il proprio dissenso a questo mondo carnefice.

Mentre gli imputati davanti alla Corte Penale Internazionale possono proseguire e allargare guerre, uccidendo 165 bambine a Minab per un bug accettato.

Abbiamo dimenticato di venirlo a leggere

Ora c’è la musica, tantissime vesti bianche, come candele con il nodo in testa, come i nuovi cimiteri musulmani; qui si raccolgono le più volte decine di migliaia di persone che chiedono basta, qui dove? chiede Artur Paz Semedo, giustamente.

Siamo in piazza De Ferrari, il “punto di mira” usato dagli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale: gli aviatori usano quel vuoto mentre sorvolano Genova per poi sganciare sulla popolazione, e affamarla, una media di un bombardamento al mese per quattro anni consecutivi, con picchi di un bombardamento ogni 4 giorni per 40 giorni consecutivi (aprile-maggio 1944).

Ma cosa fa Semedo, piange? Non lo avevo previsto!, gli dice l’uomo.

Artur Paz Semedo lo prende per mano, orientandosi con il suono dell’acqua della fontana gli fa strada tra la folla; poi, alle spalle della piazza, tastando gradino per gradino, gli lascia la mano sopra una targa in marmo, così nascosta che si capisce la frase che gli dice a denti stretti: abbiamo scritto che “tutti gli uomini liberi rabbrividiscono davanti al suo gesto eroico” ma abbiamo dimenticato di venirlo a leggere.

E ancora brucia.

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Lapide in memoria di Kostas (Costantino) Georgakis, affissa a Genova, dalle scale di Palazzo Ducale, lato Piazza Matteotti. Foto di Fioravante Patrone

L’uomo, che forse ha pensato anche a persone come Kostas Georgakis per il suo romanzo incompiuto, adesso non ha altra scelta che ridare la vista al suo personaggio, Arturo Seme di Pace, ma non può farlo lì, forse perché si vergogna di essersi commosso anche lui.

Salga in macchina, gli dice, la porto a guardare.

Quello che i due uomini si dicono in auto, con l’asfalto caldo ad asciugargli le camicie, non riusciamo a sentirlo, nemmeno quello che rivolge Artur Paz Semedo al suo autore quando con i suoi occhi riesce a leggere la targa che vediamo davanti a loro, mentre una scolaresca trova il silenzio, tipico dell’età in cui la Storia non è più docile e di carta ma si tocca e brucia:

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Lapide in omaggio a Rudolf Seiffert dentro la Casa dello Studente. Foto del Centro di documentazione LOGOS

Dott. Saramago, la ringrazio di avermi riportato in questo luogo di tortura, oggi Museo della Resistenza Europea, un luogo dedicato a chi, già arrestato e amputato di una gamba, tornato in libertà, organizzò la diffusione tra i militari della Wehrmacht di stanza a Berlino di un foglio di agitazione antifascista.

Ora, e glielo dice guardandolo dritto negli occhi alla pari, la porto io a vedere una cosa che non aveva previsto; e guido io.

Durante il tragitto da Corso Gastaldi, lungo la litoranea che divide la pace dai conflitti in corso, non riusciamo a sentire le parole dei due uomini; anzi, Saramago è in silenzio e guarda il mare, Artur Paz Semedo fuma e parla, parla e fuma.

Brucia ancora.

Però vi posso garantire che sta raccontando dei circa duemila morti civili durante i bombardamenti degli anni ’40, di vivere ancora il lutto generazionale di aver perso tutto pur avendo adempiuto alla propria obbligazione del contratto sociale.

Il lutto di teatri, chiese, case, alberi, mondi. Il lutto paradossale dei civili che muoiono in guerra.

Artur Paz Semedo e José Saramago sono sulla spiaggia di Capolungo, qualche giorno prima una mareggiata ha portato dimenticanze e rifiuti, brandelli di canotti, racchettoni spezzati, braccioli per bambini ormai vuoti e incontrovertibili.

Sulle rocce giacciono tronchi d’albero, così grandi che solo un’altra mareggiata li potrà spostare.

Fino ad allora resteranno lì, davanti ai nostri occhi come un memento: vivono ancora come tavoli antichi, imbrunendo al sole mentre l’acqua ne fa uscire un rosso inquieto, oggi, simile a ferite da esplosioni, ad ustioni che hanno eliminato ogni protezione, scalpi di noi stessi.

Incastrati tra le rocce, i tronchi hanno le radici sottosopra e così paiono bocche di obici di tank arenati.

C’è un forte odore di bosco, di pineta toscana. Ma appena chiudiamo gli occhi, l’odore è un grumo nel naso, una crosta scomoda, e dolorosa, di responsabilità.

La cecità sanguina ancora.

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Mareggiata a Capolungo, 7 settembre 2025. Foto di Mattia B.

Immagine di copertina:
Grafica wall:out magazine su foto di Mattia B.


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Mattia B.

Mattia Battistelli, nato nel 1989 a Genova, dove vive felicemente, dove scrive appena può e dove lavora dopo una laurea in legge, un master in criminologia e un’abilitazione da avvocato. Ha realizzato insieme a due amici un progetto di ricerca, sotto forma di reportage narrativo, sulle carceri sarde: #SARDEGNA#. Scrive racconti, per unire la passione per le storie alla sua curiosità. Tutto questo lo fa muovere.

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