“Perché vivere qui e non da altre parti? Cosa ti può dare questo posto rispetto ad altre comunità?”
Le domande restano sospese in aria per qualche attimo.
E’ fine novembre, fuori è buio, il freddo dell’ennesimo atipico autunno inizia a farsi sentire.
Siamo seduti su un comodo divano, io e Veronica; di fronte a noi Giacomo, posizionato a sua volta su una sdraietta. Ci troviamo in un soggiorno delizioso, a pochi passi da via del Campo. Il cuore del centro storico, brulicante di vita e di contraddizioni.
Mi hanno da poco accolto in casa loro, pronti per una chiacchierata senza strutture e senza fronzoli. Una sorta di intervista insomma, ma senza un vero filo rosso da seguire.
L’obiettivo è sviluppare un bilancio approfondito di un lavoro che li ha tenuti impegnati parecchio negli ultimi mesi, un progetto capace di farli interrogare circa il loro rapporto con il luogo che abitano.
Si tratta di un audio-documentario, ne abbiamo parlato già in questo articolo: Voci e sguardi da Via del Campo, l’energia della comunità.
È stato presentato ufficialmente il 19 dicembre e proverà restituire al quartiere dell’ex ghetto ebraico alcune prospettive, alcune istantanee, alcune storie.


Vicende personali, vicende proprie, vicine ma parallele
Tale progetto vede coinvolti anche noi di Wall:Out Magazine, in un certo senso, per tramite di Wanda Ets, attivatore di processi artistici e di iniziative culturali per la città di Genova. Dunque sì, l’emozione per questo annuncio ci coinvolge pienamente.
Giacomo e Veronica hanno lavorato con grande affiatamento nelle ultime settimane: “si tratta del progetto più complesso che abbiamo portato avanti insieme”, mi dicono.
“E sì, ci ha dato pure da discutere, ogni tanto. Noi che praticamente non litighiamo mai” (risate).
Del resto, proprio come la conversazione che stiamo tenendo, anche nel loro caso si è partiti senza un filo conduttore riconoscibile. Il presupposto iniziale, il punto di partenza dell’indagine intrapresa, non presentava una storia.
Dunque niente capo né coda, niente struttura definita, niente scheletro narrativo e niente steccati fissi. Si è trattato piuttosto di un percorso paziente, che si è snodato continuamente tra incontri casuali, incontri voluti, appuntamenti e occasioni create dal nulla.
L’obiettivo era provare a costruire un racconto di Via del Campo che trascendesse la romanticizzazione con la quale spesso vengono ammantati i quartieri in cui sia presente del disagio.
“Alla fine un po’ è inevitabile però questo tratto, emerge anche dalle stesse persone che descrivono le proprie strade”.
Una rilevazione onesta e obiettiva che esce dalle nostre riflessioni a voce alta.
Anche di disagio, dunque, si parlerà all’interno di questi 30 minuti di ascolto. Inteso però come un elemento fattuale, facente parte di un affresco frammentato, simile a un mosaico, in cui culture, influssi, provenienze si amalgamano insieme, spesso senza una qualche volontà esterna, ma semplicemente perché “capita”.

Del resto, mi spiega Giacomo, anche diverse persone che vivono qui ci sono “capitate”.
C’è chi ha deciso di spostarsi per ragioni abitative, chi per mancanza di alternative, chi per vivere una tappa temporanea della vita, e così via. Un quartiere sicuramente non privo di vitalità, che esprime al massimo grado quel concetto di verticalità che Genova ha strutturato nei secoli.
Oggi, mi dice Veronica, questo elemento è traslabile anche sul piano del censo, del posizionamento socio-economico. Certo, non si tratta di una legge scritta, tuttavia è interessante notarne la rappresentazione nei vari vicoli di zona.
Solitamente gli strati sociali più vulnerabili si trovano ai piani bassi degli edifici; mano a mano che si sale aumenta il ceto, mentre le origini etniche degli inquilini si fanno progressivamente più locali.
Ma la realizzazione di questo audio-documentario ha cambiato la vostra percezione del quartiere?
Sollevo la domanda a metà della nostra chiacchierata, quando ormai ci siamo sciolti.
Veronica mi risponde che in un certo senso è stata un’esperienza trasformativa. A differenza di Giacomo, che in passato ha vissuto per anni nel centro storico della città, lei è nata e cresciuta a Sturla, prima di espatriare in Germania, a Berlino.
Dunque il salto da una metropoli cosmopolita come quella tedesca ai caruggi di Zena ha avuto senz’altro il suo impatto.
Due aspetti che inizialmente la turbavano un pò erano il buio e le urla serali frequenti, soprattutto quando si trovava da sola. E questi, se ne rende conto, coincidono a tutti gli effetti con due dei principali clichè inerenti al centro storico genovese.

L’audio-documentario in questione, tuttavia, non ha l’obiettivo di spazzare via stereotipi che sicuramente hanno fondamenta di verità, bensì di inglobarli in una narrazione complessiva che si prenda carico della complessità qui presente, la veda, la ascolti e la rielabori.
“All’inizio avevo paura, facevo un pò fatica, ma poi mi sono abituata e ho iniziato a riconoscere meglio gli spazi e soprattutto gli sguardi di chi abitava intorno a me”.
È stato come costruirsi una geografia di volti, di piccoli approdi sicuri fatti di saluti, di cenni di comprensione e di silenzi meno diffidenti. Anche solo il fatto di aver parlato per mezz’ora o un’ora con altre persone, ha trasformato il paesaggio umano intorno a lei.
“L’esercizio che siamo stati costretti a portare avanti con il nostro microfono ha aiutato”.
Un processo di solidarietà quasi impercettibile, innescato da dinamiche di vicinato, probabilmente intrinseche a ciascuno di noi.
Tale diffidenza si intreccia anche a un altro aspetto, secondo lei:
“Genova è una città poco curiosa, dal mio punto di vista”.
Le persone tendono a non uscire più di tanto dai propri cerchi conosciuti, dalle proprie bolle facilmente riconoscibili, che spesso corrispondono ai quartieri. Dunque poca mobilità generale.
Il discorso può spingersi anche a una dimensione più domestica:
“A Genova mi rendo conto di aver vissuto per vent’anni in un caseggiato e non avere mai approfondito la relazione con alcuni vicini, per esempio andando oltre ai fugaci saluti che avvengono sul portone”.

Il centro storico in tal senso va in controtendenza.
Questo luogo rimane un potpourri di contraddizioni vive, maltato da barriere linguistiche, razzismo latente, mescolanza sociale oggettiva.
Raccontarlo dunque, è come pelare una cipolla. Non sai mai quanti strati vengano via prima di trovare ciò che cerchi; denudarne il cuore autentico può essere imprevedibile.
Nel loro lavoro di “mappatura” hanno iniziato a muoversi in solitaria, andando incontro alle situazioni sociali più disparate. Gli appuntamenti comunitari, i bar, “tavoli di ascolto” improvvisati. Con il passare dei mesi però l’intelaiatura di relazioni umane si è fatta via via più solida, più fitta.
Nei movimenti in giro per il Sestiere di Prè si sono aggiunte altre figure, necessarie per poter entrare in empatia con volti ulteriori. Un nome su tutti è quello di Simona Ugolotti, personalità esplosiva e poliedrica, conosciuta da chiunque in Via del Campo.
“Ha un modo di affrontare la vita e vivere questo posto che è vincente. Ha capito come fare. Parla con tutti e vede tutti come persone, punto”.
Da come me ne parlano entrambi traspare un’ammirazione evidente, frutto di alcuni episodi esemplari vissuti insieme a lei.

Ma voi cosa vorreste che pensassero le persone che hanno preso parte attivamente alla vostra iniziativa?
Calo la domanda più difficile di tutte. Quella che più di altre fa cambiare espressione a Giacomo e a Veronica. Vogliono soppesare la risposta, forse neanche c’è una vera risposta.
“Attraverso questo audio-documentario vorremmo poter restituire quello che sentono le persone intervistate”, mi dicono. Molto chiaramente, molto semplicemente.
Un traguardo delicato, frutto di un operato fatto di grande attenzione per le interlocutrici e gli interlocutori coinvolti. Giacomo sottolinea l’importanza di portare avanti un concetto di “cura” nei confronti di coloro che hanno deciso di aprirsi durante questa esperienza di indagine collettiva.
“Spero che le voci che sentirete si siano divertite, passando ore in maniera diversa dal solito, quando le abbiamo coinvolte”.
E allora non vediamo l’ora di ascoltare anche noi questo compendio del centro storico.

Una pausa dai ritmi accelerati delle ultime settimane dell’anno, per respirare le atmosfere, i pensieri, le idee, le percezioni che Giacomo Bagni e Veronica Lugaro hanno raccolto negli ultimi mesi. I pro e i contro del quartiere dell’ex ghetto ebraico, raccontati da chi lo vive ogni giorno.
Con l’arrivo delle feste natalizie, quale miglior momento per mettere sul fuoco la vostra tisana preferita e preparare cuffia e copertina?
Da oggi Parallele è disponibile su tutte le piattaforme di streaming audio.
Un progetto di Wanda Ets, finanziato da Fondazione Compagnia di San Paolo.
Immagine di copertina:
Illustrazione realizzata da Sara Lin

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