Il Gabbiano al Teatro Nazionale di Genova – Tracce di uno stupore

Il Gabbiano al Teatro Nazionale di Genova – Tracce di uno stupore

Al Teatro Nazionale di Genova, Dini & De Sio scatenano energia e ironia con Il Gabbiano che non ti aspetti.
25 Febbraio 2026
2 min
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Non aveva mai visto Il Gabbiano di Anton Čechov.
All’inizio non capiva quasi di che cosa si stesse parlando.
Una casa sul lago. 
Un figlio che cerca una forma nuova di teatro. 
Una madre anaffettiva, attrice affermata. 
Una giovane che sogna la scena. 
Uno scrittore famoso e pieno di sé. 

Kostja è Giovanni Drago. Parla veloce, corre, sbraccia, come se qualcosa dovesse esplodere da un momento all’altro.

Con una telecamera insegue Nina, la sua amata (Virginia Campolucci), mentre attraversa il pubblico e la sua immagine viene proiettata sul fondale.

Questo frammento, affidato alla regia del giovane Leonardo Manzan, si inserisce senza frattura evidente, come un tentativo di forma nuova che dialoga con l’insieme.

Essere visti. Vedersi mentre si è guardati. Esporsi.

Energia ancora informe: parlano forse di arte, forse di amore, forse di entrambe le cose, ma come se l’arte dovesse uscire a tutti i costi da quei corpi giovani e desiderosi.

Quando Konstantin le porta un gabbiano, ormai riverso sul palco, il gesto lascia intuire un sentimento immediato: offerta d’arte, attenzione. Nina lo accoglie con delicatezza, quasi naturale, eppure si percepisce il sottile strato di incomprensione.

Il gabbiano diventa simbolo: fragilità, desiderio di essere visti e amati, tensione tra gesto impulsivo e il mondo che osserva.

All’apparire di Filippo Dini, Boris Alekseevič Trigorin, scrittore di successo, e Giuliana De Sio, Irina Nikolaevna Arkadina, attrice famosa e madre di Kostja, la scena prende forma. Non spiegano, ma tengono.

La loro presenza calma e ironica bilancia l’impeto dei giovani. Il conflitto non è solo amoroso, ma generazionale: entusiasmo ed esperienza, sogno e misura, impulso e riflessione.

Il ritmo cresce. Scattante e vivo, senza appesantire. Kostja resta fragile sotto l’energia iniziale, desideroso di senso e di riconoscimento.

Nina, inizialmente costruita e consapevole di essere osservata, si fa più autentica verso la fine, quando il peso delicato lascia spazio alla profondità del gesto e alla volontà di continuare la propria vita, anche con fatica.

Gli altri personaggi accompagnano, reagiscono, si fanno sentire senza esibizione.

Pudore. Delicatezza. Misura. Tutto tiene insieme la scena. La coralità emerge più dei singoli drammi.

In molte letture de Il Gabbiano, Konstantin appare come l’artista schiacciato dal mondo. Qui invece, è un giovane uomo che non ha saputo abitare la propria incompiutezza, confondendo rifiuto con annientamento.

C’è una modalità feroce in questo: oggi il non essere scelti o amati come si vorrebbe, può sembrare una sentenza, ma non lo è.  

Un testo nato dalla malinconia russa dell’Ottocento continua a parlare ad una spettatrice del nuovo millennio, ricordandoci che non esiste un’unica strada.

E questo non sminuisce Čechov. Lo rende vivo.

In tournée fino al 30 marzo.

Immagine di copertina:
Fonte Teatro Nazionale di Genova. Foto di Serena Pea


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Beatrice I.

Danz-attrice con in parallelo una formazione in economia, ora agisce dietro le quinte. Nata a Genova, dove qualcosa la spinge sempre a ritornare, coltiva una smodata passione per la comunicazione e l'organizzazione teatrale e cinematografica. Collabora con diverse realtà locali e non. Onnivora di cinema (anche indipendente) teatro e danza contemporanei, deve assolutamente scriverne.

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