Con Familie Flöz non si arriva mai davvero impreparati. Il teatro senza parole del collettivo berlinese è ormai un linguaggio riconoscibile, fatto di maschere immobili, volti scolpiti e corpi che diventano superficie emotiva.
Facce che sembrano appartenere a personaggi attoniti, a volte deformate, con strani corbezzoli in quà e in là; indossano parrucche e costumi e costruiscono un mondo che parla senza necessità di spiegazioni.
Un teatro che continua a colpire soprattutto per coloro i quali lo incontrano per la prima volta, capace di affascinare adulti e bambini con la stessa forza primitiva.
Finale (un’ouverture) di Familie Flöz arriva in scena come una celebrazione che intreccia due storie parallele: i trent’anni di attività del collettivo e i cinquant’anni del Teatro della Tosse.

Un incontro che ha il sapore di una soglia condivisa
Lo spettacolo si articola su tre quadri autonomi, non collegati tra loro, disposti lungo una progressione emotiva che va dalla leggerezza iniziale a una dimensione più rarefatta.
Attorno a un piccolo bar berlinese, si inanella una galleria di personaggi e micro-situazioni che si avvicendano con rito preciso in uno spazio di passaggio, sostenute anche da un notevole lavoro visivo: quadri e rettangoli luminosi di varie dimensioni vengono montati e smontati a vista dagli stessi interpreti, con una rapidità quasi vertiginosa, trasformando lo spazio in una sequenza di immagini.
Leggero e divertente.


Il tono cambia bruscamente nel secondo quadro e si colloca in un ambiente ospedaliero.
Un figlio continua a cercare la madre che non c’è più, come se l’assenza non fosse ancora accettabile. Qui il medico e l’infermiera, filtrati dalle maschere, restituiscono figure grottesche ma esilaranti, in netta contrapposizione con l’arrendevolezza ed il disorientamento dell’uomo.
È il momento più incisivo dello spettacolo, capace di evocare dolore e smarrimento senza bisogno di parole.
Infine una donna attraversa uno spazio naturale fino a perdersi.
La narrazione si fa volutamente sfuggente e lascia allo spettatore un margine interpretativo ampio, forse troppo, con immagini che restano più visive che emotivamente coinvolgenti, affidando allo spettatore il compito di orientarsi.
A tenere insieme i frammenti è anche la presenza in scena dei musicisti, visibili, parte integrante dell’azione, capaci di accompagnare e sostenere il racconto senza mai sovrastarlo: una batterista straordinaria, che attraversa ritmo e rumore, e un chitarrista che ne diventa controcanto (colonna sonora originale: Vasko Damjanov e Anna Lustig & Ensemble).

Finale (un’ouverture)
Nel complesso, Finale (un’ouverture) conferma la solidità di un percorso artistico che attraversa il tempo con coerenza e riconoscibilità.
Accanto allo sguardo sul presente, la memoria si insinua con discrezione. È impossibile non pensare a Infinita, produzione del 2006 e riproposta in numerose tournée, e in particolare alla sua celebre rappresentazione andata in scena al Teatro Valle occupato di Roma, nel marzo 2014.
Non come confronto diretto, né come nostalgia, bensì come consapevolezza: da certe opere non si torna indietro, e forse non si va nemmeno oltre.
Restano, come un punto fermo, una traccia viva nel ricordo.

E l’emozione profonda, quella che arriva senza essere chiamata, questa volta non si accende.
Non è una presa di posizione netta, né un rifiuto. È piuttosto una sensazione che si deposita lentamente. Forse inevitabile.
Finale (un’ouverture) si guarda allora con attenzione e con affetto, nel segno di due generazioni che si incontrano. E con la certezza che la memoria, per fortuna o purtroppo, continui a lavorare sottotraccia, accompagnando lo sguardo senza mai sostituirsi ad esso.
In tournèe fino a fine aprile 2026.
Immagine di copertina:
Fonte Familie Flöz. Foto di Dina Solomon
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