Alla prima uscita, nell’anno 2017, R.osa per la regia di Silvia Gribaudi, vinse il Premio Ubu come miglior spettacolo e Claudia Marsicano come miglior attrice under 35.
Ella esponeva il suo corpo senza remora alcuna, o almeno così pareva, spostando l’attenzione su di una mimica facciale straordinaria, una voce potente e un ammiccante elasticità.
Con ironica e feroce precisione trasformava la scena in un territorio nuovo, davvero originale e molto, molto personale.
Anche oggi rimane formidabile, ma la ripetizione del dispositivo indebolisce l’effetto: la sorpresa è evaporata, la ribellione si è cristallizzata.
Il problema non è Marsicano, non è l’abilità. È il tempo, l’abitudine, la reiterazione. E la domanda definitiva resta: perché, ancora oggi, sentiamo il bisogno di esporre il corpo femminile come unico luogo del dissenso?
E forse, in quel silenzio, si annida la vera sfida: smettere di ripetere e iniziare finalmente a rischiare davvero.
Rivedere R.osa, dieci esercizi per nuovi virtuosismi oggi a distanza di otto anni significa scontrarsi con l’insistenza.
Per molti, in platea alla Sala Mercato del Teatro Nazionale di Genova, questo spettacolo è stato una scoperta: non l’avevano mai visto, e forse non ne avevano neanche mai sentito parlare.
Il corpo entra in scena, si espone al pubblico con tutte le sue innegabili fragilità, riesce nell’intento di superare i propri limiti e guida lo sguardo in un percorso già noto solo a pochi.
Il nodo dell’esposizione del corpo, nonché la forza che un tempo ne faceva un linguaggio capace di rompere lo sguardo, è sì attualissimo fin dalla notte dei tempi, soprattutto se è in controtendenza ed infrange tutte le regole sociali preconcette.
In R.osa il corpo – femminile, non conforme, ironico, vulnerabile – è diventato un linguaggio riconoscibile, una grammatica che appartiene pienamente all’universo della coreografa Silvia Gribaudi.
Una scelta estetica coerente, portata avanti con ostinata fedeltà, che negli anni ha trovato spazio, pubblico, circuiti. Proprio per questo, però, oggi interroga meno.
Non perché la forza dell’interprete o l’idea creativa stessa siano meno coinvolgenti – anzi, l’intelligenza scenica resta indiscutibile – ma perché quel gesto, ormai assimilato, smette di essere rischio e diventa territorio noto.
Non è una questione di valore, ma di orizzonte: quando un linguaggio risulta vincente, forse ci si dovrebbe chiedere quale altro salto si è disposti a compiere ed oltrepassarlo.
Il vero atto radicale, oggi, non è continuare a esporre il corpo, ma quello di trovare un altro modo per esporsi.
Visto alla Sala Mercato del Teatro Nazionale di Genova, 11 dicembre.
Immagine di copertina:
Fonte Zebra produzioni
Scrivi all’Autorə
Vuoi contattare l’Autorə per parlare dell’articolo?
Clicca sul pulsante qui a destra.


