BORDI | Sul bordo della democrazia

BORDI | Sul bordo della democrazia

Viaggio invisibile dentro la sfida della democrazia vista da una provincia invisibile e minuscola.
21 Marzo 2026
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un día
de ventana abierta
mi vecino vino a verme
estaba lleno de desilusión
me miró en los ojos
y me dijo
ya dijimos No, pero el si está en todo

NICOLÁS JAAR, No

Si dice che il navigante segua il faro calcolando continuamente la distanza. Dalla terra e dagli altri fari. Si dice, che sia un buon modo quello di avvicinarsi alle cose misurando sempre quanto se ne è lontani.

È stato detto e io non lo escludo (Daniele Del Giudice, Supercoralli pp. 152 – Lo stadio di Wimbledon. Einauidi 2021). Credo soprattutto che sia un buon modo per prevedere la direzione.

C’è un Frecciabianca svogliato che si trascina tra Principe e Brignole, sembra quasi sgranchirsi, vista la poca distanza. È lento e sonnacchioso, singhiozza sui binari, più simile a un traghetto che attende il riposo del caldo per prendere il largo.

Da lì le luci aumentano sempre di più, sfidando le stelle e la lontananza; mentre ancora si riescono a distinguere le colline, i quartieri in salita, i campanili come antenne di una radio muta – la voce della città.

Precisamente in quel momento, si capisce che non c’è frase più vera di questa: tutta la terra finisce in mare.

È vera anche su un treno, che dalla città si allontana passandole dentro come una radiografia, e ha iniziato a bucare le montagne, una dopo l’altra, sembra un filo turgido che sfiora e inanella crune di aghi, tatan-tatan, tatan-tatan, tatan-tatan.

Le luci si specchiano in mare, galleria, i volti si specchiano; vuoto, si ricade in mare; galleria, tutti salvi.

Poi inizia la Toscana, silenziosa ed elegante, un anziano che dorme, e il treno finisce quando termini Roma: un miglio di ferro, perché binario, lungo il bordo tirrenico del paese, separa Genova da Roma, la terra dal mare, le percezioni dalla verità.

BORDI | Sul bordo della democrazia
Sul bordo della democrazia. Foto di Mattia B.

Laggiù, oltre il bordo, ogni nome assume un’importanza teatrale.

Il Transatlantico, il Quirinale, la campana maggiore di Palazzo Montecitorio, la buvette, la sartoria al corso, la radio televisione italiana. Poi, il successo rende dettaglio, storia; il fallimento, farsa.

Ogni cravatta, ogni scatto, ogni vetro scuro, basta così poco per sentirsi di partecipare a qualcosa che domani descriveranno “con la maiuscola”.

Da qui, qui sul bordo della civiltà, i gabbiani si azzuffano, feroci e avidi, volano in alto ma mangiano in basso: un pezzo di pane dalla bocca di un bambino, un sacchetto di spazzatura senza fissa dimora, un piccione vilipeso sull’asfalto.

Da qui, dalla provincia democratica, quel sacchetto, quel piccione, quel bambino, siamo noi, strattonati da una parte all’altra in nome di menzogne, mezze verità propedeutiche a disastri, come se la Costituzione fosse un affare di famiglia.

Da qui, qui sul bordo della democrazia, la cronaca giudiziaria viene usata come palcoscenico di un teatro dell’assurdo, i morti ammazzati sono burattini, sono vittime che tornano a vivere per denunciare la malagiustizia, mentre i giudici, gli avvocati e i giornalisti sono marionette nelle mani di qualche post.

Il genere crime viene cavalcato per trasmettere messaggi di delegittimazione della magistratura, la colpa di alcuni apre la via per la disintegrazione del sistema. E quale sistema prenderà il suo posto?

Ad ogni Repubblica che si succede si accompagna il rammarico di quella che si è appena abbattuta.

y fue ese día
que yo me ví
a mi mismo
en veinte años
y nada cambia
no nada cambia
y nada cambia
no nada cambia
por estos lados
por estos lados
por otro lados
por estos lados

NICOLÁS JAAR

Il Ministero della Guerra oggi si chiama Ministero della Difesa ma i civili continuano a morire sotto le bombe di chi viola il diritto internazionale; quindi, il cambio di nome serve solo a non spaventare l’opinione pubblica, rendere politica amministrativa ciò che è sostanzialmente politica criminale, come un silenzioso ed elegante daspo internazionale.

In nome della difesa dovremmo accettare la guerra.
In nome del profitto dovremmo accettare l’algoritmo.
In nome della sicurezza dovremmo accettare la sorveglianza.
In nome della giustizia dovremmo accettare il sorteggio della magistratura.

Sul bordo della democrazia si può vedere da entrambe le parti: da una parte i gabbiani che la divorano e dall’altra i piccioni che la subiscono.

Sul bordo della democrazia c’è ancora troppa poca gente perché qualcosa cambi per davvero, sul bordo si sta scomodi, insicuri, magri e graffiati, come fosse la savana, la barriera corallina, una stazione in piena notte, il Mediterraneo quando tutto tace e muore (34.412 Missing Migrants).

Sul bordo della democrazia ci stanno troppi Giovanni Drogo che attendono che qualcuno cambi qualcosa e io non cambio nulla, aspetto, mi adeguo per sopravvivere pieno di disillusione, delego e colpevolizzo. Ma non mi sento mai responsabile.

E invece sono io il primo che posso cambiare il mondo, chiedere aiuto e popolare il bordo della democrazia, fare qualcosa con la maiuscola, come iniziare ad attuare la Costituzione, invece di cambiarla.

no hay que ver el futuro para saber lo que va a pasar
no hay que ver el futuro para saber lo que va a pasar
no hay que ver el futuro para saber lo que va a pasar

NICOLÁS JAAR

Immagine di copertina:
Grafica wall:out magazine su foto di Mattia B.


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Mattia B.

Mattia Battistelli, nato nel 1989 a Genova, dove vive felicemente, dove scrive appena può e dove lavora dopo una laurea in legge, un master in criminologia e un’abilitazione da avvocato. Ha realizzato insieme a due amici un progetto di ricerca, sotto forma di reportage narrativo, sulle carceri sarde: #SARDEGNA#. Scrive racconti, per unire la passione per le storie alla sua curiosità. Tutto questo lo fa muovere.

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