Presentato in anteprima all’82ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, La Grazia di Paolo Sorrentino ha portato a Toni Servillo la Coppa Volpi come miglior attore protagonista. Ça va sans dire.
“Di chi sono i nostri giorni?”
Sul tavolo una legge sul diritto all’eutanasia, e due richieste di grazia, avanzate da chi ha tolto la vita al proprio congiunto ed è stato giudicato, condannato, incarcerato.
Tutto è già scritto. Eppure no. Perché resta sempre qualcuno che deve decidere. Per altri. Per tutti.
Paolo Sorrentino non filma il fatto. Filma l’attimo prima.
Il pensiero che rallenta. Il dubbio che prende fiato.

Mariano De Santis (Toni Servillo, che dire: non ha pari!) è alla fine del suo mandato da Presidente della Repubblica. Non vede l’ora di tornare a casa, chiudere una porta, smettere di essere “quello lì”. Nel palazzo lo chiamano cemento armato.
In realtà, scivola. Pensa. Sorride di lato.
Non alza mai la voce.
Sfugge al ruolo con un’ironia sottile, una saggezza fuori asse, una lucidità che non ha bisogno di irrigidirsi. Ogni gesto, ogni pausa, ogni silenzio ha un ritmo interno.
La musica pulsa: rap, elettronica, energia. Non commenta l’azione, la mette in attrito. Come se il corpo del Presidente continuasse a muoversi anche quando l’istituzione vorrebbe stare ferma.
De Santis è forse il personaggio più luminoso mai immaginato da Sorrentino. Non perché sia leggero, ma perché non si lascia incatenare dal ruolo. Lo indossa storto. E in quello scarto c’è tutta la sua grazia.

Accanto a lui, la figlia Dorotea (Anna Ferzetti, eccellente). È il controtempo perfetto. Generazioni distanti, intelligenza affilata, nessuna deferenza. Anche lei giurista, ma senza sconti. Non accompagna, incide. Non consola, spinge.
Non ha bisogno di alzare il tono. Le basta non arretrare.
È la realtà che bussa, con gentile ostinazione, pronunciando quella semplice domanda.
“Oggi ho visto la verità da vicino. Il diritto guarda sempre la verità da lontano”
De Santis pronuncia questa inespugnabile frase dopo aver assistito all’agonia di uno dei cavalli delle scuderie. Sullo sfondo una scritta severa, celebre motto dei Corazzieri dell’Arma:
Virtus in periculis firmior (La virtù diventa più forte nel pericolo).
Non è una metafora. È un’esperienza. E come tutte le esperienze vere, arriva senza chiedere il permesso.
Da lì nasce la necessità di guardare le persone in faccia, di andare in carcere, di ascoltare. Non per commuoversi, ma per capire. L’empatia non come cedimento, ma come strumento di responsabilità.
La musica torna, insiste, respira con il personaggio. È il corpo che irrompe nell’istituzione, il ritmo che incrina il protocollo. Forza ed energia che tengono insieme decisioni e dubbi, senza mai semplificarli.
Così come la figura del Papa, fuori asse, confidente di De Santis, è una voce che sembra rappare.
Entra in scena e scompiglia l’aria. È sorrentiniano fino in fondo, ma anche qualcosa “in più”: un contrappunto ironico che alleggerisce senza banalizzare, scuote la formalità del palazzo, porta levità.

Nel suo privato, De Santis porta con sé una ferita mai rimarginata: il tradimento della moglie.
Non diventa racconto, non chiede spiegazioni. Resta lì, come una fenditura silenziosa che convive con la vita pubblica senza sovrastarla.
La fotografia e le scelte scenografiche aprono il tempo. La campagna mantovana, una nebbiolina tra i filari dei pioppi, gli argini. In lontananza, la figura amata. Il passato non come rifugio, ma come eco. Come qualcosa che continua a guardarti mentre decidi.
La sospensione del film nasce dal tempo che serve per decidere davvero. Non è lentezza. È esitazione pensante. È il tempo necessario quando la responsabilità pesa, soprattutto per chi governa.
In queste ultime settimane di mandato, il desiderio di fuggire convive con la scelta di restare.

Qui Sorrentino osserva con una mano più lieve. Anche quando introduce figure fuori canone, non indulge nel barocco. Il film procede come una lunga conversazione interiore, lontana dagli slogan, con ritmo, ironia, intelligenza.
Non chiede adesione. Non cerca sentenze. Chiede solo di stare lì, accanto.
Durante i giorni veneziani, Servillo ha definito così La Grazia:
«È la bellezza del dubbio. Questo equilibrio continuo tra tempo, memoria e responsabilità è ciò che concede al personaggio la grazia».

Ed è forse questo che del film affascina.
La Grazia assomiglia a una città ideale non perché sia perfetta, ma perché ci si può camminare dentro. Senza rigidità. Senza slogan.
In un tempo in cui viene scambiato il rumore per forza, La Grazia sceglie un’altra strada. Più lenta. Più educata. Più rischiosa. La grazia come forma di resistenza, quando tutto spinge verso l’urlo.
«Non siamo stati bravi. Siamo stati eleganti».
Immagine di copertina:
Fonte PiperFilm. Foto di Andrea Pirrello
Scrivi all’Autorə
Vuoi contattare l’Autorə per parlare dell’articolo?
Clicca sul pulsante qui a destra.