Omar Rajeh, originario di Beirut, è un coreografo, danzatore nonché fondatore, oltre che direttore artistico, della compagnia di danza contemporanea libanese Maqamat.
Coltiva l’ambizione di creare uno spazio dedicato all’innovazione, alla sperimentazione e allo sviluppo continuo di nuove idee e concetti di danza e di corpo.
Basato inizialmente in Libano dal 2002, nel 2020 si trasferisce a Lione, continuando a creare e sviluppare progetti tra Libano, Francia e il resto del mondo. Il Ministero della Cultura francese lo ha insignito del titolo di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres per il suo contributo alla cultura.
Ma non si è limitato al proprio giardino di limoni di cinematografica memoria (The lemon tree, 2008). Ha fondato altresì BIPOD-Beirut International Platform of Dance, uno dei più ricchi e importanti festival di danza nel mondo arabo.
È co-fondatore di Masahat Dance Network, una rete di danza contemporanea tra Libano, Siria, Palestina e Giordania. È inoltre fondatore di Moultaqa Leymoun, una piattaforma per presentare e sviluppare il lavoro di giovani artisti arabi.
Al centro della sua pratica c’è Circling, un approccio concettuale e fisico che concepisce il corpo come corpi — una molteplicità di centri, significati e punti di comunicazione.
Circling rifiuta di ridurre la danza a pura forma cinetica o estetica; la espande in un atto di espressione, presenza e confronto.
Attraverso questa lente, il lavoro di Rajeh diventa un gesto politico e critico, che interroga potere, comunità e convivenza, e mette in luce la danza come spazio di dialogo e resistenza.
Con la produzione Beytna, presentata all’interno della rassegna REC 2025 del Teatro della Tosse, il gesto coreografico diventa la convivialità.
Beytna in arabo significa “la nostra casa” ed è una parola calda, intima, domestica. Non indica solo uno spazio fisico: porta con sé l’idea di appartenenza, di famiglia, di radici condivise.
In molte culture del Medio Oriente, casa è anche sinonimo di accoglienza, di luogo dove il cibo si prepara per chi arriva, di spazio che si apre e si dona.

Per questo il titolo Beytna non è solo un nome, ma una dichiarazione di intenti.
È esattamente ciò che è apparso in scena: un artista che apre la propria casa, reale, simbolica, culturale, e la trasforma in gesto coreografico, in comunità temporanea, in convivenza possibile.
In un tempo che sembra dimenticare la gentilezza del gesto quotidiano, dove la distanza tra le persone cresce come una crepa che nessuno sa più riparare, Omar Rajeh arriva a ricordarci qualcosa che abbiamo smesso di praticare e forse anche di desiderare: lo stare insieme.
Non come slogan, non come posa, bensì come movimento, come danza.
Il suo lavoro nasce da lontano, dal Libano, da un mondo dove la precarietà non è teoria ma condizione, e dove la casa non è solo un rifugio ma un modo di stare al mondo.
Eppure, la sua danza non è mai ripiegata sul dolore. È un invito, con il sorriso aperto e uno sguardo intenso.
Un’apertura.
Un “entra”, detto con il corpo prima che con la voce.
Al Teatro della Tosse, all’interno della rassegna Resistere e Creare, Rajeh non ha portato semplicemente uno spettacolo.
Ha portato una casa.
Una casa intera: un tavolo massiccio spostato come un continente, una pentola che sobbolliva senza fretta, ortaggi sparsi come piccole memorie, e una madre che cucinava, non come elemento scenico, ma come presenza viva, necessaria, antica.
Era una cucina, sì, ma anche una soglia.
Uno spazio dove le culture non venivano mostrate: si incontravano.
La convivialità, in questo contesto, non era un tema: era una coreografia.
Un modo di muovere i corpi e di disegnare relazioni.
Un modo di accorciare la distanza.

Coloro che hanno avuto modo di conoscere il percorso di Rajeh, riconoscono facilmente le radici di tutto questo in Circling, la pratica che vede il corpo non come unità ma come molteplicità: centri che si moltiplicano, direzioni che si aprono, significati che si spostano.
In scena, questa filosofia ha preso la forma di un gruppo di danzatori e musicisti (Koen Augustijnen, Ziad Ahmadie, May Bou Matar, Jihun Choi, Samir Nasr Eddine, Anani Sanouvi e Youssef Hbeisch coinvolgente percussionista e co-autore della composizioe musciale) provenienti da luoghi diversi del mondo, i quali si muovevano attorno a quel tavolo come fosse un fuoco primordiale.
Non c’era gerarchia. C’era un continuo riassemblarsi, un ridisegnarsi, un creare spazio per l’altro.
E mentre tutto accadeva, una figura femminile, rassicurante, continuava a cucinare e danzatori e musicisti cucinavano, a tratti, con lei.
Un gesto semplice, quotidiano, quasi banale.
Eppure, così radicale.
Perché cucinare è un atto di cura.
Servire è un atto di accoglienza.
Condividere è un atto di fiducia.
E questi, oggi, sono gesti politici.

Non so se la danza e l’arte abbiano ancora il potere di cambiare il mondo. A volte ne dubito. A volte penso che il mondo sia diventato impermeabile a tutto ciò che non è violenza, clamore o fretta.
Ma so che, per tutta la durata dello spettacolo, il pubblico ha respirato diversamente.
Ha riconosciuto qualcosa di dimenticato: la possibilità di essere comunità attraverso un profumo di ceci.
Attraverso un tavolo che si spostava come una zattera.
Attraverso un gruppo di danzatori e musicisti che sembravano dire, senza pronunciarlo, “Ecco, questo è per voi. Questo è con voi.”: e da quel momento il palcoscenico e la sala si sono fusi in un unico, gustosissimo banchetto.
Vi sono artisti che costruiscono mondi immaginari. Altri che rompono le convenzioni.
Omar Rajeh è riuscito a creare entrambi, ma per arrivare a qualcosa di ancora più semplice e difficile: rimettere al centro l’essere umano, con la sua vulnerabilità, la sua fame, il suo bisogno di un posto dove essere accolto.
Immagine di copertina:
Fonte Maqamat, ph Paul Bourdrel
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